DAY 15 – ANTELOPE CANYON E HORSESHOE BEND

TRASFERIMENTO CON SOSTE – facciamo colazione a Under Canvas e partiamo, destinazione finale Mexican Hat. Soste previste, lungo la strada: Antelope Canyon e Horseshoe Bend, entrambi in Arizona. Quindi, giornata intensa, speriamo di riuscire a fare tutto.

ANTELOPE CANYON – si trova in territorio Navajo e si può visitare solo con un Tour organizzato; i tour sono molto richiesti, e siamo in periodo di vacanze. Abbiamo provato tanto, già da Roma, a prenotare la nostra visita all’Upper Antelope Canyon (esiste anche il Lower), ma senza successo.

Speriamo di riuscire a visitare il canyon all’impronta, rivolgendoci (come ci è stato suggerito dagli amici di Big Rock-Tour) ad uno dei baracchini vicino l’ingresso. Il primo ci sbatte la porta in faccia, tutto sold-out per oggi, no way. Ci allunghiamo un po’ e al secondo ci dicono che sì, ci potrebbe forse essere posto…“How old are the kids?”, ci chiedono. Io rispondo candidamente “The youngest one is 7”errore madornale (a saperlo)! I bambini sotto agli 8 anni non sono ammessi, per motivi di sicurezza, perché si viaggia su mezzi senza sportelli e bisogna fare un pezzo di freeway. Dramma ! Emma inizia a piangere, Claudio e Marina (gli unici ad averlo già visto, credo…20 anni fa!) si offrono di rimanere a farle compagnia, noi altri potremmo andare. Poi Federica sfodera il colpo di genio, l’estro Italiano si fa valere: “Hanno visto te e hanno detto di no a te…” mi dice, “…ma se vado io, facendo finta di essere di un altro gruppo, e dico che Emma di anni ne ha 8, forse ce la facciamo”. BINGO ! Riusciamo ad andare tutti e 8, stesso orario, stesso gruppo (il tour dura un paio di ore). Marina, Diego, Andrea, Sara ed io veniamo fatti accomodare (!) su un camion aperto, modello militari deportati; Fede, Claudio ed Emma prendono posto in una comoda jeep con aria condizionata. Scopriremo fra poco che la jeep vince su tutto.

Infatti dopo un paio di miglia di strada asfaltata, si esce e si imbocca una strada di sabbia polverosissima, che porta all’ingresso vero e proprio del Canyon. Ogni veicolo (in tutto credo il nostro tour sia composto da 8-10 mezzi, la maggior parte aperti) alza una nuvola allucinante; noi iniziamo a sentire polvere in gola e negli occhi e sabbia sotto i denti (spaghetti con vongole spurgate male sono un bijou, in confronto). Un gruppo di giapponesi che sono sul nostro carro bestiame si copre bocca e naso con mascherine, fazzoletti, magliette e quant’altro.

Arriviamo all’ingresso del Canyon; la nostra guida è una nativa, si chiama Sissi, un personaggione. Mi chiede il cellulare dicendo che le foto, per noi, le farà lei; sistema i settaggi del cellulare (come solo lei sa) e inizia, lungo il percorso, a scattare foto a e con noi, ma anche di tagli e scorci del Canyon, facendoci vedere immagini create dalle volte del Canyon che altrimenti non avremmo visto: una farfalla, un cuore, la testa di Lincoln, gli occhi di un dragone….non so se quando rivedremo tutti gli scatti saremo in grado di ricordare e ricostruire cosa è cosa.

Entriamo e rimaniamo subito esterrefatti, mai visto nulla del genere.

Qualche informazione tecnica: l’Antelope Canyon si è formato nel corso di milioni di anni a causa dell’erosione dell’arenaria da parte dell’acqua (Colorado River) e del vento. L’Upper Canyon (in lingua Navajo Tsé bighánílíní, che significa “il posto dove l’acqua scorre attraverso le rocce” – è quello che visitiamo noi) è lungo circa 270 metri. E’ il più visitato, fondamentalmente perchè il suo ingresso e l’intera lunghezza sono al livello del suolo, mentre il Lower (lungo oltre 4 km) è sotto terra, fino a circa 35 metri di profondità e per visitarlo bisogna arrampicarsi per delle scale verticali a pioli (ce ne sono 5 tratte). Secondo motivo per la popolarità dell’Upper è che i raggi di luce solare diretta che si irradiano dalle aperture nella parte superiore del Canyon sono molto più comuni in Upper che in Lower. I raggi si verificano più spesso nei mesi estivi, perchè il sole è più alto nel cielo. I colori invernali sono invece più tenui.

La visita prevede, in andata, parecchie brevi soste per le foto (che fa fondamentalmente Sissi), fino ad arrivare all’altro ingresso del Canyon, dove usciamo all’aria aperta, per pochi minuti, per poi riprendere la strada di ritorno, incrociando così chi sta visitandolo, come noi pochi minuti prima. In alcuni punti, molto stretti, si fa fatica a passare in due.

Violente piogge, le nostre “bombe d’acqua”, anche molto distanti dal sito, possono provocare improvvise e pericolose inondazioni, con scarso o addirittura senza alcun preavviso. I Navajo riescono a prevederlo solo un paio di ore prima, potendo così evacuare i turisti e chiudere il Canyon; le inondazioni durano una decina di minuti soltanto, ma possono essere molto pericolose (provocando addirittura vittime, come successo in passato nel Lower Canyon). Passata l’inondazione i Navajo ripuliscono i Canyon dai detriti depositati dalla piena, così da poter riaprire ai visitatori nel più breve tempo possibile (business is business anche per loro).

Una curiosità: immagini del Lower Antelope Canyon sono state utilizzate, in passato, da Microsoft per il desktop dei suoi computer e da National Geographic per le copertine di libri e riviste.

Come per il Grand Canyon, le immagini parlano più di qualsiasi parola…(v. galleria sotto).

HORSESHOE BEND – lasciato Antelope ci dirigiamo – a poche miglia di distanza – a Horseshoe Bend, una curva del Colorado a ferro di cavallo. Lasciamo la macchina al parcheggio e imbocchiamo il sentiero che ci porta al punto panoramico. La prima parte del sentiero, in salita, lascia illudere che in cima si sia arrivati al viewing point…sbagliato! Lì inizia una lunga discesa (che significa, al ritorno, una lunga risalita!). Il sole è cocente, la temperatura molto alta, facciamo tutti fatica, ma ovviamente proseguiamo. Adesso si capisce perchè al parcheggio, all’inizio del sentiero, c’era un piccolo mezzo fuoristrada, con paramedico e barella pronti per ogni evenienza!

Arrivati al punto di vista panoramico assistiamo ad un altro spettacolo della natura (anche qui diciamo ai ragazzi di chiudere gli occhi e li guidiamo fino alla balaustra di protezione sullo strapiombo). In fondo al canyon (di rocce imponenti) il Colorado, qui verde, fa una curva a ferro di cavallo (ma dai?!), spettacolo meraviglioso.

MEXICAN HAT – è tardi e decidiamo di rimandare a domani, con calma, la Monument Valley, che era prevista per oggi; quasi ad ora di cena arriviamo al nostro motel a Mexican Hat, prendiamo possesso delle stanze vista fiume (è il San Juan) e andiamo a cena in un posto particolare, a pochi passi di distanza, The Swinging Steak, swinging perchè la griglia è praticamente un’altalena che bascula sulle fiamme e sulle braci. Io attacco bottone e faccio due chiacchiere con Alan, che gestisce la griglia (una griglia che molti miei amici apprezzerebbero molto), un simpaticone vestito da cowboy. Emma, vittima del caldo, forse addirittura di una insolazione, dopo tanto dire che ha mal di testa, dà di stomaco; poverina ha la faccina sbattuta…

Ottimo piatto con bistecca, insalata, fagioli e pane all’aglio tostato sulla griglia, birra, proprio quello che ci voleva. Tutti a nanna, domani si va alla Monument Valley e ad Arches.

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