DAY 16 – MONUMENT VALLEY E ARCHES

GOOD MORNING !– sveglia e colazione (al….Hat Rock Cafè!) a Mexican Hat; partiamo e percorriamo qualche km indietro verso la Monument Valley. Arriviamo da nord, dalla US 163 che offre la vista che tutti conosciamo, la più famosa, la più riconoscibile, quella di Forrest Gump per capirci, (“Sono un po’ stanchino, credo che tornerò a casa, ora”), tanto che qui è stato istituito il Forrest Gump Point, dove tanti si fermano per le foto (noi andiamo oltre, ci fermeremo al ritorno).

MONUMENT VALLEY– entriamo alla Monument Valley e facciamo una sosta al Visitor Center dal quale si possono già ammirare delle viste spettacolari ed emozionanti. La maestosità dei gruppi rocciosi (detti butti o mesas – quasi tutti hanno un nome specifico, gli Elefanti, le Tre Sorelle, Punta di Lancia, ecc.) che svettano rossi dal terreno fondamentalmente desertico è straordinaria. Va da sé che anche tutti noi ci si lasci andare al raptus fotografico.

Dal Visitor Center scende ripida, e molto dissestata, la Scenic Drive, una strada/loop non asfaltata di circa 17 miglia, che consente ai turisti (noi ovviamente compresi) di vivere ed ammirare da vicino questi scenari spettacolari. I nostri minivan non sono forse i mezzi più adatti per questa prova, ma fin qui si comportano bene. Lungo questo percorso tornano alla memoria tante immagini di film western visti in passato…

…infatti, arriviamo al John Ford’s Point (pare qui conservino ancora il camerino di John WayneSergio Leone ha girato qui scene del suo famosissimo “C’era una volta il West”, del 1968). La strada prosegue polverosa e sconnessa, e noi con lei. Prendiamo una strada secondaria laterale e circumnavighiamo uno dei gruppi rocciosi (Rain God Mesa), forse il più grande, fino a tornare sulla strada sterrata principale, ci avviamo così verso l’uscita. Quella che prima era una discesa è ora, ovviamente, una salita impervia, piena di buche profonde e massi sporgenti; qui i mitici minivan soffrono un po’ (sono due ruote motrici, a pieno carico – 4 persone e relativi bagagli su ognuno – e non proprio adatti a questo tipo di sollecitazioni); ma alla fine, fra una slittata e l’altra, un brusco sobbalzo e rumori sinistri, superano faticosamente la prova. Sinceramente abbiamo temuto di rimanere piantati qui e di dover eventualmente chieder aiuto.

Superato questo momento, con qualche goccia di sudore su fronte e tempie, guadagniamo l’uscita.

FORREST GUMP POINT–  come pianificato ci fermiamo per le foto di rito; tutti qui aspettano che non passino macchine (difficile, in agosto!) per poter fare le foto al centro della strada (vedi la mia, in apertura del post). Sara imbraccia il suo selfie-stick, noi ci schieriamo più o meno ordinatamente alle sue spalle e parte la raffica!

“MARCO, SLOW DOWN”– riprendiamo il cammino verso Arches National Park, nostra prossima visita. Sulla strada incrociamo mezzi e veicoli di ogni specie e natura; colpiscono sempre molto i giganteschi e variopinti camion americani. Richiama la nostra divertita attenzione la targa, un po’ particolare, di un pick-up davanti a noi (vedi foto in galleria). Ad un certo punto, mentre attraversiamo Blanding (siamo nello Utah), nello specchietto vedo accodarsi dietro a me, con tutti i lampeggianti accesi, una simpatica macchina della polizia. Ho guidato in America per troppo tempo (e ho visto troppi film e telefilm) per non sapere che questo è il segnale che devo accostare e fermarmi. L’officer di turno scende dalla macchina e si presenta a destra, al finestrino di Federica. La faccio breve, poche miglia prima mi ha beccato a 79MPH (127 kmh), 14 MPH più del limite di velocità consentito, che in quel tratto era 65. Mi fa una serie di domande (alle quali ovviamente io rispondo con calma e gentilezza), prende il mio passaporto e torna nella sua macchina a consultare il computer. Claudio ci ha giustamente superati senza dare nell’occhio e si è fermato più avanti (da e per tutto il viaggio siamo sempre collegati via radio). Il poliziotto americano torna dopo 2 minuti con un foglio in mano e mi dice che, come sapevo, un eccesso di 10 MPH è tollerato (quindi l’eccesso era di 4 MPH, ma a quel punto contano tutte e 14), ma io l’ho comunque superato. Il foglio e un warning (dove sotto place of birth è scritto “Italy (includes Sicily and Sardinia” !!!), praticamente una tirata d’orecchie, un cartellino giallo. Stavolta possiamo andare, Taj (l’officer si chiama così) con un mezzo sorriso mi dice “But Marco, slow down!”. Ci chiede cordialmente se abbiamo bisogno di nulla (!), ci saluta e riprendiamo tranquilli la strada.

LAUNDRY TIME– L’isolamento dei giorni precedenti ha fatto gonfiare la sacca della biancheria sporca. A Bluff vediamo al volo una lavanderia a gettone, è quasi ora di pranzo e possiamo approfittare della durata del lavaggio per mangiare qualcosa nella stazione di servizio di fronte. Facciamo partire le lavatrici, attraversiamo la strada e sfidiamo la sorte: ordiniamo una pizza margherita! Va ammesso che in fondo in fondo non è niente male. Torniamo alla coin laundry, facciamo partire le asciugatrici, 15 minuti, si ritira il bucato e si riparte.

ARCHES NATIONAL PARK– Attraversiamo l’abitato di Moab, io mi fermo ad un car-wash e in 3 minuti con l’idropulitrice tolgo qualche kg di polvere e terra rossa dalla nostra macchina. Claudio invece passa. Entriamo al parco e per la delizia dei (scusate, ma mi rifiuto di scrivere “degli”, mi viene l’orticaria) pneumatici e delle sospensioni dei nostri minivan scopriamo che la strada principale che lo attraversa è tutta asfaltata. Siamo un po’ stretti con i tempi, perché abbiamo ancora tanta strada da fare per arrivare dove dormiremo; percorriamo tutta la strada, ci fermiamo in 2-3 punti panoramici da dove possiamo ammirare e fotografare la Balanced Rock e alcuni dei famosi e bellissimi archi naturali presenti nel parco.

VERSO GATEWAY CANYONS– si riparte, è un po’ tardi, dobbiamo ancora fare un paio d’ore di viaggio. Ad un certo punto – senza più copertura cellulare (proviamo a chiamare l’albergo dove dobbiamo dormire per avvertire che arriveremo tardi e garantirci, in qualche modo, la cena, ma…niente) – il navigatore ci suggerisce una scorciatoia (ci farebbe risparmiare più di mezz’ora) che taglia letteralmente la campagna; proviamo a seguirlo ma ci ritroviamo (è già buio) in un labirinto di stradine non asfaltate che non ci sembra esattamente la rotta giusta da seguire. In mezzo alle vigne, illuminati da fari, ci attraversano la strada 3-4 cerbiatti. Desistiamo e decidiamo di fare il giro lungo, anche se saranno 35-40 minuti in più. Alle 22.30, dopo più di due ore di guida con curve, in mezzo alle montagne, al buio (c’è ancora una bella luna, qualcosa si intravede), arriviamo finalmente al Gateway Canyons. Vi racconto nel prossimo post di cosa si tratta.

“Sono un po’ stanchino…”
Manca ‘sti…

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