Featured

DAY 24 – DA BOSTON A NEW YORK

TRASFERIMENTO – il programma (forse un po’ ambizioso) è di passare per Cape Cod e Newport e arrivare a Manhattan verso le 18-18.30 (orario previsto per la riconsegna dell’astronave).

Ci mettiamo in marcia abbastanza presto, diciamo verso le 9.00-9.15. Circa 75 mi (120km) ci separano da Cape Cod. Sulla strada incontriamo un po’ di lavori che rallentano la nostra marcia.

CAPE COD – ha una forma strana, è una penisola che si estende ad uncino, non credo riusciremo ad arrivare a Provincetown, sulla punta settentrionale, è troppo lontana; mi rendo conto che qui, in zona, ci sarebbe forse voluta una notte in più. Magari avremo modo di tornare da queste parti in occasione del prossimo viaggio a NY, che non è molto lontana da qui. Questa zona è ricca di fari, una mia passione; speravo di riuscire a visitarne qualcuno, ma non ce la faremo. 

Stiamo viaggiando sulla US6 (Mid Cape Hwy), direzione Est; all’altezza dell’uscita per Barnstable (verso Nord, verso la baia) e Hyannis (Sud, verso l’Oceano Atlantico aperto, di fronte c’è l’isola di Nantucket) decidiamo di puntare su Hyannis, verso il mare aperto, immaginiamo sia più bello.

Si tratta di un centro abitato, sul mare, con un piccolo porticciolo e l’attracco per i traghetti che vanno a Martha’s Vineyard (l’isola dei Kennedy) e Nantucket; ai traghetti c’è parecchio movimento, gente che va e che viene, coppie giovani e meno giovani che magari si sono regalate un weekend romantico (oggi è domenica), famiglie con bambini; qualcuno si imbarca con la macchina. Fa freddo, il cielo è coperto, c’è vento, indossiamo felpe e felpette. Due passi, un caffè, un po’ di foto e ci rimettiamo in marcia, verso Newport, che dista altre 75mi.

NEWPORT – arriviamo intorno alle 14. Siamo nello Stato di Rhode Island, il più piccolo degli Stati Uniti per superficie ma, curiosamente, il secondo per densità abitativa (dopo il New Jersey). Qui il cielo è ancora coperto ma non sembra minacciare pioggia, almeno per ora. C’è tantissima gente a spasso per strada, immaginiamo molti siano turisti, ma ci pare di capire che ci sono anche molti locali; del resto Newport è abbastanza vicina sia a Boston che a NY ed è certamente meta possibile per il weekend

C’è anche un bel viavai di barche, di vario tipo; la baia di Newport è essa stessa una attrazione, i turisti vanno a visitarla su barche a vela, motoscafi da pesca d’altura, piccole navette, catamarani, insomma qualsiasi tipo di mezzo galleggiante. E in rada ci sono tantissime barche all’ancora o ai gavitelli, la maggior parte a vela.

Newport è molto carina, sembra valga la pena passarci un po’ di quel tempo che, purtroppo, oggi noi però non abbiamo.

Ci fermiamo a mangiare al Lobster Bar, un ristorante su palafitte, proprio sull’acqua, in mezzo alle banchine. Pranzo rapido, buono (clam chowder pazzesco, qui!), sono quasi le 16, dobbiamo andare.

DRIVE THRU – lungo la strada riusciamo, finalmente, a coronare un sogno delle bambine: Starbucks Drive Thru. Si sa, in America il drive-thru è abbastanza comune (anche Mc Donald ed altri lo hanno): si passa con la macchina da un lato dell’edificio, si ordina all’addetto affacciato ad una specie di finestra, si gira l’angolo e si ritira dal lato opposto. Ecco, in questo caso specifico, invece, si fa tutto da un lato solo, si ordina al microfono da una colonnina posta prima dell’edificio e si ritira poco dopo, alla finestra. Tutto ok con l’espresso (bicchiere piccolo, si consuma alla svelta), ma con il caffè americano (bicchiere enorme, temperatura pari a quella della lava, ore infinite per bere tutto) è tutto più complicato. E le bambine cos’hanno voluto? Americano (decaffeinato), naturalmente ! Quindi è tutto un “dove metto il bicchiere?”, “scotta!”, “stavo per rovesciarlo!”, “non mi va più, dove lo butto?”….

E’ domenica, l’ho detto prima, e cosa c’è, la domenica, sulla I-95 South, la strada che da Newport va a Manhattan (175mi, circa 280km)? La domenica, sulla I-95 South c’è tanto, tanto, ma tanto, tantissimo…..TRAFFICO !!! 🤬🤬

Facciamo molti tratti a “walking pace” (passo d’uomo!), ci sono lavori e deviazioni, piove anche, comincia a scurire; l’arrivo a Manhattan, a casa (sì, saremo in una bellissima casa, messaci amorevolmente a disposizione da un carissimo amico che è in vacanza in Italia), sembra un miraggio. A che ora arriveremo mai?! E come/cosa facciamo per cena?! E per l’astronave?! I marziani ci consentiranno di restituirla in ritardo o spareranno su di noi raggi fotonici polverizzanti radioattivi e puzzolenti ?! Proviamo ripetutamente a chiamare il posto dove dobbiamo restituirla, ma dopo un solo squillo cade sempre la linea; al numero verde centrale rispondono dallo Iowa, no dal Kansas, forse dal Montana, anzi dal Tennessee….insomma, ci dicono che dobbiamo chiamare Manhattan; grazie, ci proviamo da più di due ore, peccato che non rispondano !

Il traffico in avvicinamento a NY si fa sempre più intenso e caotico, qui guidano come dei matti, cambiano corsia alla velocità della luce, gli svincoli multi-piano (e potenzialmente multi-errore, chè se sbagli una volta ci metti 45 minuti a tornare sulla retta via) sembrano dei disegni di Escher, una jungla nella quale ci districhiamo però con agilità e con successo, anche se non siamo proprio su una Smart!

TEERRAAAA !!! – quando è ormai quasi sera, finalmente all’orizzonte si scorge, emozionante come sempre, lo skyline di Manhattan. Del sole, ormai tramontato, rimane solo qualche bagliore, dietro i grattacieli, fra le nuvole…fa sempre un effetto meraviglioso arrivare qui, questa è una città che amo, così come Federica, che ci vivrebbe e non vede l’ora di tornarci, spesso, quando e quanto più possibile.

Quello di Manhattan è uno skyline che cambia in continuazione, grattacieli che crescono in brevissimo tempo, come funghi dopo una nottata di pioggia, altri edifici vengono demoliti o nascosti da quelli nuovi. Per non parlare di tutto il resto che in città si “muove” in continuazione.

Penso a Roma, alla sua staticità, a quanto poco (o niente!) si fa per la cultura, il turismo, il bene della città e di chi la vive, a quale patrimonio abbiamo per le mani e non sfruttiamo, a quanto, dall’estero, gli altri ci guardino (e giudichino) come dei poveracciche tristezza

HOME SWEET HOME – dopo circa 5 ore in strada arriviamo sotto casa, nell’Upper East Side, verso le 21; lascio la banda (un po’ provata) sotto casa, con tutti i bagagli e corro dai marziani, sperando che non mi fulminino; mi accompagna Sara. Per fortuna il loro garage è a un paio di blocchi di distanza (me l’ero scelto bene!). C’è un addetto che credo abbiano assunto con le leggi speciali, uno che ci mette 20 minuti a fare quello che normalmente, qui in America, si fa in 4-5, quasi in automatico. Sia Sara che io abbiamo impellenze fisiologiche pregresse (ore e ore passate in macchina, pit-stop sotto casa senza salire nemmeno…) che, mentre da un lato ci fanno soffrire come bestie, dall’altro fanno sì che si rida come dei pazzi. Restituiamo, con un paio di ore o poco più di ritardo, al ritardato, l’astronave. Percorriamo, quasi correndo, a gambe strette, i 3 blocks che ci dividono da casa, ridendo come pazzi, minacciando reciprocamente di farla per strada; due chiacchiere con i portieri (che mi conoscono) e su, in ascensore, al 28° piano, sperando di arrivare a far centro a casa….ce la facciamo! La dignità è salva!

Decidiamo di mangiare a casa, scendiamo quindi a fare un minimo di spesa per colazione domani e per farci un piatto di tagliolini pomodoro e basilico, ne sentiamo la mancanza e, quindi, la necessità. Siamo stanchi, giornata lunga, l’ultimo tratto ci ha un po’ fiaccatibuonanotte.

HYANNIS

NEWPORT

Featured

DAY 24 – BOSTON (2)

BOSTON DUCK TOURS – ogni tanto, in città, si incrociano strani mezzi anfibi (in stile II Guerra Mondiale), di vari colori; si tratta di un modo originale di visitare la città, per terra e per…fiume. Noi non lo abbiamo fatto, ma immaginiamo possa essere divertente passare dalla terra all’acqua e viceversa, senza soluzione di continuità.

HARVARD – “non puoi andare a Boston e non andare a visitare Harvard!”, mi hanno detto alcuni amici prima della partenza; ma poi, sinceramente, ce lo siamo detto anche noi. E infatti stamattina ci andiamo. Dal nostro albergo ci vogliono solo 15-20 minuti, il campus è praticamente in città; il problema sarà, come ho potuto verificare studiando un po’ la cosa sul web, il parcheggio. In zona ci sono parcheggi convenzionati con studenti e insegnanti, ma nulla per i visitors; si parcheggia in strada (chissà, è sabato, magari siamo fortunati) oppure in un public parking, quelli cari.

PARKING – Come previsto fatichiamo un po’, facciamo un po’ di giri intorno al campus, in strada niente, nonostante il mio rinomato c**o nel trovare parcheggio. Ma alla fine troviamo un public parking con posti disponibili, l’astronave sfiora il soffitto del garage, il cartello dice 6 dollari l’ora, niente male, tanto staremo un paio d’ore.

Sul piazzale antistante Harvard, dove arrivano subway e bus, c’è un baracchino per le visite guidate, gestite e condotte proprio dagli studenti: bella iniziativa!

 Il campus principale (come in molti altri campus americani, ci sono poi altri buildings universitari, sparsi tutto intorno) è composta da edifici in mattoncini rossi, alcuni molto vecchi, austeri, altri evidentemente più recenti. C’è poco movimento, un po’ di turisti, qualche studente, chiaro che oggi non è una giornata campale. Facciamo un bel giro, vediamo la statua che si presuppone sia di John Harvard (perché di lui non esistono immagini, sono andate tutte distrutte in un incendio), si resipra un’aria molto “ufficiale”, più che e a UCLA, come se questa fosse una università diversa, superiore, più seria…..mah!? Andiamo poi allo store; è enorme, c’è di tutto, ma veramente qualsiasi cosa, anche per i nostri amici a 4 zampe ! Poco lontano c’è anche lo store del MIT, rapida visita anche a quello e via.

Ma “via” vuol dire prendere la macchina dal parcheggio dove, con sorpresa (e qualche improperio), scopriamo che le nostre 2 ore costano…36 dollari ! Il cartello che diceva 6 dollari/ora era la convenzione con gli studi medici che si trovano lì vicino. Sapevamo che sono cari, ma cacchio…..maledetti loro !

SALEM – la città delle streghe, e io ci vado con 4 (!!!) donne, tutte un po’ streghette, ognuna a modo suo. E’ a circa 24mi (40km), ci vogliono 40-45 minuti.

Salem è la città resa famosa dal Processo alle Streghe (1692), dai film Hocus Pocus (1993), La Seduzione del Male (1996) e Le Streghe di Salem (2012), dal videogioco Murdered: Soul Suspect (2014), dai romanzi di Nathaniel Hawthorne (La Lettera Scarlatta), nato proprio a Salem, e dal regista teatrale Arthur Miller (con l’opera teatrale Il Crogiuolo). Alcune scene e/o episodi della serie TV Bewitched (Vita da Strega, quella con Samantha che si sfregava il nasino) sono state girate qui; a Samantha è stata dedicata una statua, proprio qui a Salem.

Due passi, un caffè e poi visita (con acquisti) ad un grande Surplus Store (roba militare di ogni tipo), molto divertente.

Si torna in città, pit stop in albergo e poi cena da Wagamama (lo stesso dal quale io ogni tanto vado a Londra), al Seaport; cena buona, prezzi…Wagamama (cioè buoni). In branda, buonanotte, domani si va a Manhattan, passando per Cape Cod e Newport, viaggio lungo, dobbiamo cercare di arrivare per le 18 per riconsegnare l’astronave.


HARVARD

SALEM

Featured

DAY 23 – BOSTON (1)

FREEDOM TRAIL – ci svegliamo con un po’ di calma e decidiamo di seguire il consiglio di chi sostiene che uno dei modi migliori per visitare quella che è considerata l’ “essenza” di Boston è percorrere a piedi il Freedom Trail (Cammino della libertà), un percorso lungo 2,5 mi (4km) che attraversa 16 “punti” molto significativi per la storia degli Stati Uniti, in particolare per la Guerra di Indipendenza. E’ segnalato, a terra, per la gran parte con dei mattoni e si snoda tra il Boston Common e il Bunker Hill Monument. I 16 punti lungo il percorso includono semplici segni esplicativi posti sul suolo, cimiteri, chiese e edifici degni di nota e una storica nave da guerra. Andiamo quindi a Boston Common, il punto di partenza.

Visitiamo le cose principali lungo il percorso (sarebbe lungo descrivere qui tutto), facciamo pausa per il pranzo al Faneuil Market (molto caratteristico, con tutti i banchi che servono street food, comprese le rinomate aragoste e i king crabs) e proseguiamo, poi, fino alla USS Constitution (conosciuta anche come Old Ironsides, “vecchia fianchi di ferro”), una fregata pesante a 3 alberi, lunga circa 63 metri, costruita in legno. Varata nel 1797 è la più vecchia nave al mondo ancora galleggiante. E’ conservata in uno stato perfetto !

BIRRA – passiamo in albergo a prendere l’astronave e andiamo alla Samuel Adams Brewery. Samuel Adams, statista e pensatore politico, oltre che uno dei Padri Fondatori degli Stai Uniti è stato fra i principali protagonisti della Guerra di Indipendenza; a lui è intitolata questa ottima birra. Qui si può visitare il “birrificio” (cioè la fabbrica), gustare le varie versione della Sam Adams (nome amichevole con il quale viene ordinata, al bar o al pub) e comprare, nello store, gadget di ogni tipo. Ci facciamo un “giro” di chiare e ambra, ottime.

NO NAME…BUT GOOD FOOD – trovo sui blog locali (qui usano molto Yelp) l’indicazione relativa ad un ristorante denominato No Name Restaurant, che si trova in un Pier (molo) al Seaport; le indicazioni lo descrivono come informal, good food, reasonably priced, difficult to locate, no reservation….proviamo! Arriviamo in zona e senza grandi difficoltà lo individuiamo e parcheggiamo proprio davanti. Scendiamo e….sorpresa! Veniamo bombardati da una puzza, ma una puzza, una puzza….ignobile! Una roba insopportabile fra il pesce marcio, le fogne di Calcutta nella stagione dei Monsoni (citaz.), carcasse di animali imputridite e non so cosa altro. La prima tentazione è di scappare, ma decidiamo lo stesso di provare. Il ristorante è molto carino, easy going, una sorta di trattoria del pesce, senza troppe pretese ma pienissimo, che è sempre un buon segno. All’interno il tanfo non c’è, per fortuna. Mangiamo molto bene (misto fritto, aragosta al vapore, colslaw) e spendiamo il giusto, nel senso di poco; avevano ragione su Yelp, lo consiglieremo al nostro amico Giacinto, che fra qualche settimana sarà qui. All’uscita scopriamo che sotto alla nostra astronave c’è un tombino nel quale finiscono degli strani rigagnoli di liquidi non meglio identificati; a questo punto è chiaro che la puzza veniva da lì. Tutti in branda, domani ci aspetta Harvard!

LUNGO IL FREEDOM TRAIL

Featured

DAY 22 – DA NIAGARA A BOSTON

TANTA ROBA? NO, TANTA STRADA ! – il trasferimento più lungo di tutto il viaggio, 470mi (755km!), tutti in un fiato, con una sola sosta per il pranzo. Ma almeno viaggiamo super comodi in…astronave.

Non c’è, francamente, molto da raccontare (e anche le foto che vedrete sotto non sono particolarmente sexy); lasciamo Niagara verso le 10.30, passiamo di nuovo la frontiera, scambiamo due chiacchiere dal finestrino con l’Officer americano che dice di non essere mai stato in Italia, ma che gli piacerebbe un giorno venirci. Zone industriali si alternano a grandi spianate verdi (soprattutto di boschi, qui). Sulla strada passeremo per (o vicino a) Buffalo, Rochester, Syracuse, Utica, Albany, Stockbridge (dove c’è un bel museo di Norman Rockwell, che però non vediamo, ahimè!), Springfield, Worcester. Più a nord della nostra rotta (siamo sulla I-90, la più lunga Interstate di tutti gli USA, con 4.862 km, da Seattle a Boston – per noi la più diretta e rapida) corrono le White Mountains che sappiamo essere paesaggisticamente molto belle, ma il nostro programma di viaggio non ci permette la deviazione, chè porterebbe via parecchio tempo; vorrà dire che ce le teniamo per un prossimo (!) viaggio. Facciamo un tratto abbastanza lungo sotto la pioggia.

SOUNDTRACK – la colonna sonora che ci accompagna è costituita principalmente dal mitico Concert in Central Park che Simon & Garfunkel hanno tenuto, nel Settembre del 1981, davanti ad un pubblico di quasi 600mila (!!!) spettatori; un must per me che da ragazzo ho esercitato il mio inglese anche con questo album. A seguire Billy Joel, Lionel Richie, CSN&Y, e via così.

Ci fermiamo per un boccone (una sosta ci vuole!) in una break area, dove c’è praticamente….TUTTO ! Burger King, Starbucks, un piccolo supermercato, servizi, ufficio informazioni…proprio come da noi !

ZIA FRANCESCA – a Boston, intanto, arriva da Roma Francesca (la sorella di Federica), che passerà con noi gli ultimi giorni del nostro fantastico 2019 US Road Trip, fino al ritorno a Roma.

FINALMENTE BOSTON – dopo circa 8 ore (compresa la sosta) entriamo a Boston; le bambine sono state bravissime. Il navigatore dell’astronave, attraverso un intricato sistema di strade sopraelevate, tunnel e ponti (Boston è costruita su vaie isole e isolotti sul mare e sulla foce del Charles River), ci porta a destinazione, il nostro albergo. Non vediamo molto della città, vogliamo arrivare al più presto e sgranchirci un po’, ma la primissima impressione è di una città molto bella, elegante, pulita ed ordinata.

All’ingresso dell’albergo troviamo Francesca ad accoglierci, le bambine sono stra-felici di vederla. Rapido pit stop (sono le 8 di sera passate!) e di nuovo fuori, stavolta a piedi, per una rapida cena Jap, in un posto carino che avevo individuato io sul web. Sosta supermercato, farmacia e a ninna; domani si cammina, tanto, a piedi !

Featured

DAY 21 – HER MAJESTY THE FALLS

LA POTENZA – anche al 23° piano di un albergo con le finestre stra-sigillate si sente (ovviamente ovattato) il “rombo” delle Cascate che vediamo, al risveglio, davanti ai nostri occhi ancora increduli. Le Cascate del Niagara sono qualcosa di incredibile, la dimostrazione di quanto la natura possa talvolta esprimere tutta la sua potenza; e pensare che non sono neanche le più grandi al mondo.

Raccogliamo informazioni per la visita alle Cascate e decidiamo di prendere un pacchetto che prevede: (1) Journey Behind the Falls, (2) Niagara Whirlpool State Park e (3) Voyage to the Falls Boat Tour. Tralasciamo Helicopter Tour, Aero Car, Jet Boat, ecc.ecc. In attesa dell’inizio del Tour facciamo due passi e scopriamo che anche qui c’è un “ponte dei lucchetti” (li vendono apposta!).

La signora che ci vende il pk ci prende in simpatia (come direbbe Claudio, “Marco gli ha fatto la supercazzola”, in realtà ci ho solo scambiato quattro chiacchiere) e fa in modo di farci salire nelle prime file del pullman che ci porterà in giro. Alex, l’autista/guida, è un tipo molto simpatico, sa tutto (ma tutto!) delle Cascate: storia, vita, aneddoti, dati tecnici; l’unico problema è che parla – in inglese!!! – più veloce di Enrico Mentana e io, non solo ogni tanto mi perdo qualcosa, ma non faccio soprattutto in tempo a raccontare alla bimbe cosa sta dicendo…

In realtà si tratta di un complesso di 3 cascate: le American Falls, le Bridal Veil Falls (le più piccole) e le Horseshoe Falls, le più grandi e famose, quelle sul lato Canadese (dove siamo noi). Ecco qualche dato: altezza del salto 57 metri circa, larghezza 320 metri, portata media 120.000 metri cubi al minuto (fino ad un massimo di 200.000 in caso di piene). Sono generate dal fiume Niagara, fra i laghi Eire e Ontario. Ovviamente la potenza del fiume Niagara è sfruttata dall’uomo, fin dai tempi antichi, per la produzione di energia elettrica. Alex (la guida) ci racconta anche dei vari tentativi di saltare le Cascate (inizialmente con delle botti di legno, fino alle moto d’acqua dei giorni nostri), dei suicidi, degli incidenti e di tante altre cose che sarebbe lungo, qui, raccontare.

Le Cascate solo in un paio di occasioni si sono ghiacciate completamente (tanto da camminarci sopra!); l’inverno, normalmente, si gelano solo i margini.

JOURNEY BEHIND THE FALLS – il pk prevede il “salto delle code” (che altrimenti sono lunghissime), e quindi entriamo da un ingresso secondario e riservato. Si scende di circa 50 metri, con un ascensore, fino ad arrivare ad una grande hall dove vengono distribuiti dei poncho di plastica gialla, perché qui….ci si bagna! Ci imbustiamo e percorrendo dei tunnel scivolosissimi arriviamo alle piattaforme/osservatorio, un paio di terrazze sovrapposte, praticamente siamo dentro le Cascate! E vista la quantità di acqua nebulizzata che le Cascate producono (quella che si vede, anche da lontano, nelle foto) è normale che ci si bagni. Ma non poco, ci si inzuppa ben benino, dalla testa ai piedi! Io prevedendo la cosa ho portato con me solo la GoPro, l’unico mezzo impermeabile a disposizione, ma le foto e i video fatti hanno sempre e comunque un velo di acqua sull’obiettivo che era materialmente impossibile evitare. Diciamo che sono….suggestive.

Dalle terrazze, sempre attraverso dei tunnel scavati nelle rocce dietro le cascate (anche questi scivolosissimi), si arriva a due “portals” (li chiamano così, sono il Cataract Portal e il Great Falls Portal), praticamente due buchi che si trovano dietro il grande specchio d’acqua cadente. Milioni di litri di acqua che scendono, anzi precipitano liberi, indomiti, senza tregua…

NIAGARA WHIRLPOOL – sono mulinelli che si trovano nella Niagara Gorge, a valle delle Cascate. Si sono formati naturalmente (per l’erosione delle rocce sul fondo causata dall’acqua che scorre fino a 10mt/secondo), qui l’acqua raggiunge una profondità di 38 metri. Una curiosità: i mulinelli, durante il normale flusso, girano naturalmente in senso antiorario, ma quando più acqua viene deviata dal fiume verso le centrali idroelettriche circostanti, il flusso spesso si inverte. Ammiriamo lo spettacolo dall’alto, da una terrazza panoramica sulla Gola del Niagara. In alto passa la Aero Car (una specie di gabbia/cabinovia sospesa nell’aria, che va da un lato all’altro della Gola), in acqua sfrecciano le veloci imbarcazioni dei Jet Boat Tours, che “giocano” con i gorghi del fiume.

HORNBLOWER – è il nome del battello (una cosetta da 700 passeggeri a botta, sempre pieno) che ci porterà sotto/dentro le Cascate. Anche qui ingresso taglia-code, poncho di plastica (stavolta rosso) e via sul battello che, lasciata la banchina, si dirige intrepido (!) verso le Cascate. Dopo pochi minuti l’Hornblwoer si ferma (immagino con i motori a regime alto, per contrastare la corrente) a pochi metri sotto le Cascate, al centro del ferro di cavallo; noi siamo proprio davanti, a prua. E’ vero, vediamo bene, ma ci bagnamo anche bene, molto bene !!! Altra doccia totale, dalla testa ai piedi. Alex ci aveva consigliato di legarci il poncho in mezzo alle gambe perché il forte vento prodotto dall’acqua ce lo avrebbe fatto volare sopra la testa. Mai consiglio fu più prezioso, chi non lo ha fatto si è trovato praticamente scoperto, preda e vittima di litri e litri di acqua, nebulizzata e non. Anche qui foto e video sono quel che sono. Dopo 5 minuti di sosta il battello si gira per tornare indietro, al momento del traverso arrivano acqua e vento come non prima. L’arcobaleno, che si genera dentro le Cascate, ci accompagna fino alla banchina.

CLIFTON HILL – scegliamo di scendere prima che il pullman rientri in albergo, per fare due passi a Clifton Hill, una strada piena di locali e attrazioni varie. Salutiamo Alex e ci incamminiamo, in salita. Una cosa abbastanza turistica, un po’ Las vegas (qui la chiamano così, infatti). Passeggiamo un po’ e poi torniamo in albergo per una breve sosta prima di cena. Seguiamo il consiglio di un taxi driver del posto e andiamo a mangiare da Chuck’s Roadhouse Bar & Grill, una steak house dove vanno soprattutto i locals. A seguire giro sulla ruota panoramica, da dove si può ammirare un’altra vista particolare delle Cascate. Stanchi ma felici andiamo a dormire; domani si va – in 7 ore di macchina, circa ! – a Boston.

Featured

DAY 20 – OGGI SI VOLA

C’E’ CHI SI TRASFERISCE E CHI RITORNA – noi ci trasferiamo a Buffalo per la seconda parte del nostro viaggio, quella sulla East Coast; Claudio, Marina, Diego e Andrea rientrano in Italia per qualche giorno a Riccione e poi di nuovo a Roma.

I voli partono tutti e due presto, il loro fa scalo a NY, il nostro a Chicago. Prendiamo la navetta dell’albergo e andiamo in aeroporto; molto bello, grande (il 5° per traffico degli USA; ogni anno passano da qui più di 64 milioni (!) di passeggeri). Sull’ingresso del terminal principale campeggia una bella costruzione in vetro, a forma di farfalla, è il Westin Hotel. Già a quest’ora la hall degli imbarchi (quella dove si passano i controlli di sicurezza) è super-affollata.

Qui ci dividiamo: abbracci, baci, saluti, commozione; si, anche io mi sono commosso quando ho abbracciato Claudio, anche se so che fra 10-12 giorni ci rivedremo e riprenderemo le nostre più che amichevoli consuetudini. Bye bye, see you soon !

RITARDO + RITARDO = STRESSavverse condizioni meteo su Chicago fanno sì che il nostro volo subisca un ritardo abbastanza importante; e a Chicago abbiamo una connessione molto stretta, il che è un problema, perchè non possiamo permetterci di passare la notte a Chicago, il nostro programma non ce lo permette. Per fortuna pare che anche il volo che da Chicago ci deve portare a Buffalo (che viene da San Francisco), per gli stessi motivi, è in ritardo. Speriamo che i ritardi “coincidano”. Insomma, alla fine dopo tanta attesa al gate e ancora di più seduti in aereo, in pista, si parte. Tempo non proprio buono, nuvole, turbolenza. Arrivando a Chicago scopriamo che ci rimangono solo 25 minuti per prendere la coincidenza (per fortuna a pochi gates di distanza, nello stesso terminal); ma ce la faranno i nostri bagagli a seguirci ?!?!

Ci facciamo largo fra passeggeri assolutamente incuranti (nonostante gli annunci del comandante e del personale di cabina che invitano a far scendere prima chi ha una coincidenza) delle nostre – e di altri passeggeri – necessità. Per un momento mi sento di nuovo in Italia, dopo quasi 3 settimane di buona educazione e senso civico americani… Federica va avanti con le bambine, io rimango incastrato in aereo fra vecchi e vecchie tremanti, ciccioni ingombranti e bambini urlanti. Alla fine “sfondo” e corro, trolley alla mano, verso il prossimo gate. Il mio Apple Watch vibra per avvertirmi che ho le pulsazioni alte…(139!!!), un americano tatuato che era in aereo con noi mi vede passare correndo e mi strilla Good Luck! (per il volo o saprà che ho le pulsazioni alte?!?!)….arrivo in vista del gate per Buffalo stremato, Federica mi fissa, da lontano, preoccupata. Mi fermo, sudato, prendo fiato…il volo partirà fra 50 minuti…..MA VAFF****LO, VA !!!

Dopo più di un’ora, e con le pulsazioni tornate normali, si parte. Volo di 💩 (avevano ragione, il tempo è pessimo), ma almeno ce l’abbiamo fatta, e pensiamo che il bagaglio ce l’abbia fatta con noi. Vedremo all’arrivo.

Sui voli United ci sono wifi (con tutte le informazioni sul volo, sul proprio device) e defibrillatore, proprio come da noi ! Copioni !

“WE’D NEED A SLIGHTLY BIGGER CAR” – avevo prenotato una macchina “normale” (un mini suv, adatto a 4 persone con bagaglio); d’altra parte dobbiamo fare poche tappe, da questa parte. Ma l’arrivo – graditissimo ! – di Francesca, la sorella di Federica, consiglia di prendere qualcosa di un po’ più grande. Chiedo delucidazioni per un upgrade. Il/la gentilissimo/a addetto/a (non abbiamo ancora oggi capito se si tratta di uomo o donna (o forse di tutte e due in una confezione unica! Ma proprio….trans!), mi propone un suv più grande per poi tirare fuori dal cappello a cilindro un coniglio (e meno male che ha tirato fuori solo quello, date le premesse!). “Have you driven a big car before? Would you be familiar with it?” mi chiede. E io “Of course, no problem!”. “Ok allora ti do, allo stesso prezzo (!), un GMC Yukon XL, dice lui/lei/loro….boh !? Con Federica decidiamo di non dire nulla alle bambine e di lasciare loro la sorpresa all’arrivo al garage per il pick-up.

Lo Yukon è uno di quei mega mostri che in genere vediamo sfilare numerosi, in corteo, dietro alla macchina del Presidente degli Stati Uniti o delle star di Hollywood. Il nostro è pure XL !!! Arriviamo in garage, Sara ha in mano il contratto di noleggio dove è indicato il posto della nostra macchina, vede il mostro e dice “Papà si sono sbagliati, non è la nostra”. Alla fine sveliamo l’arcano, grande sorpresa, ma sopratutto felicità per la nuova avventura (la macchina è un’astronave!). Partiamo alla volta delle Niagara Falls, con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia prevista, arriveremo forse col buio.

NIAGARA FALLS – il percorso è breve, 30-35 minuti; passiamo il confine con il Canada (controllo passaporti e formalità varie) e ci dirigiamo verso il nostro hotel, quando all’improvviso, alla nostra sinistra, mentre attraversiamo un ponte…..eccole, maestose, imponenti, belle, potenti !

Arriviamo in albergo, la nostra stanza (che definirei “view with a room”) è alta sulle Cascate (domani le vedremo per bene, da sopra, sotto, dentro….), dalla finestra godiamo uno spettacolo unico, meraviglioso, mozzafiato. Per stasera è abbastanza, siamo stanchi, è stata una giornata dura, iniziata molto presto; cena in albergo e ninna, prima però ammiriamo ancora le Cascate, ora illuminate di mille colori.

Featured

DAY 19 – DA GATEWAY A DENVER

LUNGO TRASFERIMENTO – in realtà a Denver andiamo solo perchè è la città più vicina (relativamente!) a Gateway, e da qui possiamo spiccare letteralmente il volo, la mattina successiva, presto. Iniziamo percorrendo la CO 141 per circa 1 ora (55 miglia), in un totale black out informatico e telefonico, fino alla città di Grand Junction. Da qui proseguiamo sulla I70 verso Denver. In totale percorriamo 290 miglia (circa 500km) in 5 ore. Un’eternità !

ROCKY MOUNTAIN – da Grand Junction costeggiamo, passando alternativamente dalla riva destra alla sinistra, il fiume Colorado. La strada si arrampica in montagna, verso il gruppo delle Rocky Mountain; per darvi un’idea, qui ci sono montagne che superano i 4.000mt (Mt of the Holy Cross 4.270, Mt Evans 4.348, Quandary Peak 4.350), cioè poco meno del Monte Bianco ! Vediamo i picchi in distanza, lungo la strada bellissimi villaggi di vera montagna, con tetti spioventi, architettura simile a quella che potremmo trovare da noi o in Austria. E tanti impianti di risalita, p.es. nella Loveland Ski Area (alcuni funzionanti, anche se è estate, si vede che si va a passeggiare in quota). Ricordiamoci che il Colorado è famoso per le località sciistiche tipo Vail (che passiamo), Copper Mountain e Aspen (forse la più conosciuta).

POCHE ORE A DENVER – siamo d’accordo che in prossimità di Denver ci divideremo per qualche ora; io ho bisogno di fare il funerale alle mie carissime Nike Air Zoom Vomèro (hanno 11 anni e mi stanno abbandonando) e di sostituirle. Sul web ho individuato un Nike Factory Store alle porte di Denver, a West, proprio dalla parte dove arriviamo noi. Loro vogliono andare a trovare “roba NBA”, Claudio ha scovato un negozio in centro che potrebbe fare al caso loro. Discendiamo dalle Rocky Mountains verso la città e, alle porte di questa, ci salutiamo via radio per ritrovarci più tardi, in centro.

Io trovo quello che cercavo e dò quindi degna sepoltura alle mie compagne di tante camminate, (riabilitazioni in palestra, ecc.) nel secchione della spazzatura che sta nel parcheggio antistante il negozio Nike. Scatto anche la foto da apporre sulla lapide… Raggiungiamo loro in centro, al famoso 16th Street Mall, una strada chiusa al traffico, quindi solo pedonale, teoricamente paradiso dello shopping e di tranquille passeggiate. Il tempo stringe e noi non facciamo in tempo neanche a scendere, ma solo a girare 5-6 blocks in macchina (vediamo il famoso Blue Bear, una installazione artistica molto particolare); loro, che la passeggiata sono riusciti a farla, ci raccontano di aver incrociato un numero impressionante di homeless e di avere avuto la sensazione di una enorme povertà diffusa.

RENTAL CAR RETURN – attraversiamo la città, trovando molto traffico, e ci dirigiamo verso il nostro albergo che, scientemente, abbiamo scelto vicino all’aeroporto, perchè domani mattina entrambi i voli partono molto presto. Oltretutto dobbiamo lasciare le macchine, i nostri amati e valorosi minivan, stasera, così da toglierci una scocciatura domattina. La cerimonia di distacco degli adesivi dalle portiere è toccante e commovente, e viene immortalata con foto.

Claudio ed io andiamo a riconsegnarli, ma prima dobbiamo fare il pieno. Dalla sede del rental car, per tornare in albergo, dobbiamo prendere un primo shuttle che ci porta al Terminal e, poi, da lì un secondo shuttle (che fa il cosiddetto giro di Peppe) per l’albergo. In tutto questa operazione ci porta via, da albergo a albergo, quasi un’ora e mezza ! Cena rapida in albergo, birre locale (Denver è famosa per la produzione di birra) ninna, valigie, domani la sveglia è quando ancora è buio, dobbiamo lasciare l’albergo alle 7.

Featured

DAY 17 & 18 – GATEWAY CANYONS RESORT and SPA

RIPOSO E RELAX – il Gateway Canyons Resort and Spa è per l’appunto un resort abbastanza chicchettoso, dove passiamo due giorni di relax puro, prima di spiccare (noi) il volo per la East Coast, e di tornare (Claudio, Marina, Andrea e Diego) in Italia.

Federica ed io in realtà avevamo in mente qualcosa di diverso: un ranch “rustico e vero”, con i cowboy che muovono mandrie di bestiame con il passare delle stagioni, barbecue e focolai, cappelli a larghe falde e speroni, selle, musica country (un po’ l’ambiente che c’era qualche sera fa al Swinging Steak). Niente di tutto questo, ahimè; intendiamoci, il posto è bello, molto curato, con belle piscine, un paio di ristoranti, una spa, possibilità di svolgere varie attività (quali p.es. trekking, gite a cavallo o con UTV, tiro a volo, mountain bike, tour in elicottero, ecc.ecc.). Quindi un minimo di delusione c’è, bisogna ammetterlo, ma va bene anche così, un po’ di riposo e relax non guastano mai.

Il resort sorge sulla US 141, ai piedi di un magnifico gruppo roccioso denominato The Palisade (v. foto della nostra contemplazione al tramonto, in apertura), perché piatto come una palizzata, appunto. Tutto intorno rocce rosse, boschi, un fiume (Dolores River), poco altro.

Il resort è stato creato da John Hendricks (che al momento ne è, ovviamente, anche proprietario), un facoltoso imprenditore americano (fondatore del gruppo Discovery, quello dei canali TV) che qui ha, ad un paio di miglia di distanza, anche il suo ranch privato (una roba pazzesca, enorme, lussuosissimo, con saloni, sale gioco, una cucina iper-attrezzata, piscina, cinema, eliporto e….un osservatorio!!!). Hendricks ha voluto creare un’oasi tranquilla, isolatissima; non c’è nulla, ma proprio nulla, nel raggio di un’ora di macchina e i cellulari hanno scarsa copertura. Grand Junction (la prima città più vicina) è a più di un’ora di macchina, Denver addirittura a 5 ore! La tenuta privata + il resort ora sono stati da lui messi in vendita alla “irrisoria” (!) cifra di 279 milioni di dollari !!!

AUTO D’EPOCA – una nota positiva c’è…John (lo chiamo così per far finta di essere suo amico) è anche un grande appassionato di auto, soprattutto d’epoca; ha voluto raccontare un secolo di storia degli Stati Uniti, e come questa sia stata fortemente influenzata dall’industria automobilistica e dal suo sviluppo, attraverso una grande collezione di auto d’epoca, tutte perfettamente restaurate, tutte perfettamente funzionati. E dove le tiene ?!?! In questo angolo remoto di America. Qui ha creato il Gateway Auto Museum, una esposizione straordinaria di 52 pezzi rarissimi (e costosissimi), a partire dall’inizio del secolo fino ai giorni nostri, in un ambiente spettacolare. Qui è d’obbligo il link.

C’è addirittura un pezzo unico (al mondo), una concept car – la Oldsmobile F-88 – da lui acquistata da un’asta per la modica cifra di 3,25 milioni di dollari. La perla della collezione è esposta da sola, in una sorta di scrigno, su una pedana rotante, come una regina (d’altra parte è color oro!)

Per due giorni abbiamo fatto….praticamente nulla ! Sole, piscina, cocktail, sole, piscina, colazione/pranzo/cena, sole, piscina…bisogna riconoscere che i ragazzi hanno molto apprezzato, ma anche qualche adulto. Però abbiamo visitato il Museo (foto, non tutte, in galleria); da rimanere a bocca aperta.

Domani, lunedì 19, con quasi 6 ore di strada, si va a Denver, dove dormiremo una sola notte per poi prendere, presto la mattina dopo, i rispettivi voli, destinazione Buffalo (noi) e Roma (loro).

E PER FINIRE…LA REGINA

OLDSMOBILE F-88
Lei e noi
Featured

DAY 16 – MONUMENT VALLEY E ARCHES

GOOD MORNING !– sveglia e colazione (al….Hat Rock Cafè!) a Mexican Hat; partiamo e percorriamo qualche km indietro verso la Monument Valley. Arriviamo da nord, dalla US 163 che offre la vista che tutti conosciamo, la più famosa, la più riconoscibile, quella di Forrest Gump per capirci, (“Sono un po’ stanchino, credo che tornerò a casa, ora”), tanto che qui è stato istituito il Forrest Gump Point, dove tanti si fermano per le foto (noi andiamo oltre, ci fermeremo al ritorno).

MONUMENT VALLEY– entriamo alla Monument Valley e facciamo una sosta al Visitor Center dal quale si possono già ammirare delle viste spettacolari ed emozionanti. La maestosità dei gruppi rocciosi (detti butti o mesas – quasi tutti hanno un nome specifico, gli Elefanti, le Tre Sorelle, Punta di Lancia, ecc.) che svettano rossi dal terreno fondamentalmente desertico è straordinaria. Va da sé che anche tutti noi ci si lasci andare al raptus fotografico.

Dal Visitor Center scende ripida, e molto dissestata, la Scenic Drive, una strada/loop non asfaltata di circa 17 miglia, che consente ai turisti (noi ovviamente compresi) di vivere ed ammirare da vicino questi scenari spettacolari. I nostri minivan non sono forse i mezzi più adatti per questa prova, ma fin qui si comportano bene. Lungo questo percorso tornano alla memoria tante immagini di film western visti in passato…

…infatti, arriviamo al John Ford’s Point (pare qui conservino ancora il camerino di John WayneSergio Leone ha girato qui scene del suo famosissimo “C’era una volta il West”, del 1968). La strada prosegue polverosa e sconnessa, e noi con lei. Prendiamo una strada secondaria laterale e circumnavighiamo uno dei gruppi rocciosi (Rain God Mesa), forse il più grande, fino a tornare sulla strada sterrata principale, ci avviamo così verso l’uscita. Quella che prima era una discesa è ora, ovviamente, una salita impervia, piena di buche profonde e massi sporgenti; qui i mitici minivan soffrono un po’ (sono due ruote motrici, a pieno carico – 4 persone e relativi bagagli su ognuno – e non proprio adatti a questo tipo di sollecitazioni); ma alla fine, fra una slittata e l’altra, un brusco sobbalzo e rumori sinistri, superano faticosamente la prova. Sinceramente abbiamo temuto di rimanere piantati qui e di dover eventualmente chieder aiuto.

Superato questo momento, con qualche goccia di sudore su fronte e tempie, guadagniamo l’uscita.

FORREST GUMP POINT–  come pianificato ci fermiamo per le foto di rito; tutti qui aspettano che non passino macchine (difficile, in agosto!) per poter fare le foto al centro della strada (vedi la mia, in apertura del post). Sara imbraccia il suo selfie-stick, noi ci schieriamo più o meno ordinatamente alle sue spalle e parte la raffica!

“MARCO, SLOW DOWN”– riprendiamo il cammino verso Arches National Park, nostra prossima visita. Sulla strada incrociamo mezzi e veicoli di ogni specie e natura; colpiscono sempre molto i giganteschi e variopinti camion americani. Richiama la nostra divertita attenzione la targa, un po’ particolare, di un pick-up davanti a noi (vedi foto in galleria). Ad un certo punto, mentre attraversiamo Blanding (siamo nello Utah), nello specchietto vedo accodarsi dietro a me, con tutti i lampeggianti accesi, una simpatica macchina della polizia. Ho guidato in America per troppo tempo (e ho visto troppi film e telefilm) per non sapere che questo è il segnale che devo accostare e fermarmi. L’officer di turno scende dalla macchina e si presenta a destra, al finestrino di Federica. La faccio breve, poche miglia prima mi ha beccato a 79MPH (127 kmh), 14 MPH più del limite di velocità consentito, che in quel tratto era 65. Mi fa una serie di domande (alle quali ovviamente io rispondo con calma e gentilezza), prende il mio passaporto e torna nella sua macchina a consultare il computer. Claudio ci ha giustamente superati senza dare nell’occhio e si è fermato più avanti (da e per tutto il viaggio siamo sempre collegati via radio). Il poliziotto americano torna dopo 2 minuti con un foglio in mano e mi dice che, come sapevo, un eccesso di 10 MPH è tollerato (quindi l’eccesso era di 4 MPH, ma a quel punto contano tutte e 14), ma io l’ho comunque superato. Il foglio e un warning (dove sotto place of birth è scritto “Italy (includes Sicily and Sardinia” !!!), praticamente una tirata d’orecchie, un cartellino giallo. Stavolta possiamo andare, Taj (l’officer si chiama così) con un mezzo sorriso mi dice “But Marco, slow down!”. Ci chiede cordialmente se abbiamo bisogno di nulla (!), ci saluta e riprendiamo tranquilli la strada.

LAUNDRY TIME– L’isolamento dei giorni precedenti ha fatto gonfiare la sacca della biancheria sporca. A Bluff vediamo al volo una lavanderia a gettone, è quasi ora di pranzo e possiamo approfittare della durata del lavaggio per mangiare qualcosa nella stazione di servizio di fronte. Facciamo partire le lavatrici, attraversiamo la strada e sfidiamo la sorte: ordiniamo una pizza margherita! Va ammesso che in fondo in fondo non è niente male. Torniamo alla coin laundry, facciamo partire le asciugatrici, 15 minuti, si ritira il bucato e si riparte.

ARCHES NATIONAL PARK– Attraversiamo l’abitato di Moab, io mi fermo ad un car-wash e in 3 minuti con l’idropulitrice tolgo qualche kg di polvere e terra rossa dalla nostra macchina. Claudio invece passa. Entriamo al parco e per la delizia dei (scusate, ma mi rifiuto di scrivere “degli”, mi viene l’orticaria) pneumatici e delle sospensioni dei nostri minivan scopriamo che la strada principale che lo attraversa è tutta asfaltata. Siamo un po’ stretti con i tempi, perché abbiamo ancora tanta strada da fare per arrivare dove dormiremo; percorriamo tutta la strada, ci fermiamo in 2-3 punti panoramici da dove possiamo ammirare e fotografare la Balanced Rock e alcuni dei famosi e bellissimi archi naturali presenti nel parco.

VERSO GATEWAY CANYONS– si riparte, è un po’ tardi, dobbiamo ancora fare un paio d’ore di viaggio. Ad un certo punto – senza più copertura cellulare (proviamo a chiamare l’albergo dove dobbiamo dormire per avvertire che arriveremo tardi e garantirci, in qualche modo, la cena, ma…niente) – il navigatore ci suggerisce una scorciatoia (ci farebbe risparmiare più di mezz’ora) che taglia letteralmente la campagna; proviamo a seguirlo ma ci ritroviamo (è già buio) in un labirinto di stradine non asfaltate che non ci sembra esattamente la rotta giusta da seguire. In mezzo alle vigne, illuminati da fari, ci attraversano la strada 3-4 cerbiatti. Desistiamo e decidiamo di fare il giro lungo, anche se saranno 35-40 minuti in più. Alle 22.30, dopo più di due ore di guida con curve, in mezzo alle montagne, al buio (c’è ancora una bella luna, qualcosa si intravede), arriviamo finalmente al Gateway Canyons. Vi racconto nel prossimo post di cosa si tratta.

“Sono un po’ stanchino…”
Manca ‘sti…
Featured

DAY 15 – ANTELOPE CANYON E HORSESHOE BEND

TRASFERIMENTO CON SOSTE – facciamo colazione a Under Canvas e partiamo, destinazione finale Mexican Hat. Soste previste, lungo la strada: Antelope Canyon e Horseshoe Bend, entrambi in Arizona. Quindi, giornata intensa, speriamo di riuscire a fare tutto.

ANTELOPE CANYON – si trova in territorio Navajo e si può visitare solo con un Tour organizzato; i tour sono molto richiesti, e siamo in periodo di vacanze. Abbiamo provato tanto, già da Roma, a prenotare la nostra visita all’Upper Antelope Canyon (esiste anche il Lower), ma senza successo.

Speriamo di riuscire a visitare il canyon all’impronta, rivolgendoci (come ci è stato suggerito dagli amici di Big Rock-Tour) ad uno dei baracchini vicino l’ingresso. Il primo ci sbatte la porta in faccia, tutto sold-out per oggi, no way. Ci allunghiamo un po’ e al secondo ci dicono che sì, ci potrebbe forse essere posto…“How old are the kids?”, ci chiedono. Io rispondo candidamente “The youngest one is 7”errore madornale (a saperlo)! I bambini sotto agli 8 anni non sono ammessi, per motivi di sicurezza, perché si viaggia su mezzi senza sportelli e bisogna fare un pezzo di freeway. Dramma ! Emma inizia a piangere, Claudio e Marina (gli unici ad averlo già visto, credo…20 anni fa!) si offrono di rimanere a farle compagnia, noi altri potremmo andare. Poi Federica sfodera il colpo di genio, l’estro Italiano si fa valere: “Hanno visto te e hanno detto di no a te…” mi dice, “…ma se vado io, facendo finta di essere di un altro gruppo, e dico che Emma di anni ne ha 8, forse ce la facciamo”. BINGO ! Riusciamo ad andare tutti e 8, stesso orario, stesso gruppo (il tour dura un paio di ore). Marina, Diego, Andrea, Sara ed io veniamo fatti accomodare (!) su un camion aperto, modello militari deportati; Fede, Claudio ed Emma prendono posto in una comoda jeep con aria condizionata. Scopriremo fra poco che la jeep vince su tutto.

Infatti dopo un paio di miglia di strada asfaltata, si esce e si imbocca una strada di sabbia polverosissima, che porta all’ingresso vero e proprio del Canyon. Ogni veicolo (in tutto credo il nostro tour sia composto da 8-10 mezzi, la maggior parte aperti) alza una nuvola allucinante; noi iniziamo a sentire polvere in gola e negli occhi e sabbia sotto i denti (spaghetti con vongole spurgate male sono un bijou, in confronto). Un gruppo di giapponesi che sono sul nostro carro bestiame si copre bocca e naso con mascherine, fazzoletti, magliette e quant’altro.

Arriviamo all’ingresso del Canyon; la nostra guida è una nativa, si chiama Sissi, un personaggione. Mi chiede il cellulare dicendo che le foto, per noi, le farà lei; sistema i settaggi del cellulare (come solo lei sa) e inizia, lungo il percorso, a scattare foto a e con noi, ma anche di tagli e scorci del Canyon, facendoci vedere immagini create dalle volte del Canyon che altrimenti non avremmo visto: una farfalla, un cuore, la testa di Lincoln, gli occhi di un dragone….non so se quando rivedremo tutti gli scatti saremo in grado di ricordare e ricostruire cosa è cosa.

Entriamo e rimaniamo subito esterrefatti, mai visto nulla del genere.

Qualche informazione tecnica: l’Antelope Canyon si è formato nel corso di milioni di anni a causa dell’erosione dell’arenaria da parte dell’acqua (Colorado River) e del vento. L’Upper Canyon (in lingua Navajo Tsé bighánílíní, che significa “il posto dove l’acqua scorre attraverso le rocce” – è quello che visitiamo noi) è lungo circa 270 metri. E’ il più visitato, fondamentalmente perchè il suo ingresso e l’intera lunghezza sono al livello del suolo, mentre il Lower (lungo oltre 4 km) è sotto terra, fino a circa 35 metri di profondità e per visitarlo bisogna arrampicarsi per delle scale verticali a pioli (ce ne sono 5 tratte). Secondo motivo per la popolarità dell’Upper è che i raggi di luce solare diretta che si irradiano dalle aperture nella parte superiore del Canyon sono molto più comuni in Upper che in Lower. I raggi si verificano più spesso nei mesi estivi, perchè il sole è più alto nel cielo. I colori invernali sono invece più tenui.

La visita prevede, in andata, parecchie brevi soste per le foto (che fa fondamentalmente Sissi), fino ad arrivare all’altro ingresso del Canyon, dove usciamo all’aria aperta, per pochi minuti, per poi riprendere la strada di ritorno, incrociando così chi sta visitandolo, come noi pochi minuti prima. In alcuni punti, molto stretti, si fa fatica a passare in due.

Violente piogge, le nostre “bombe d’acqua”, anche molto distanti dal sito, possono provocare improvvise e pericolose inondazioni, con scarso o addirittura senza alcun preavviso. I Navajo riescono a prevederlo solo un paio di ore prima, potendo così evacuare i turisti e chiudere il Canyon; le inondazioni durano una decina di minuti soltanto, ma possono essere molto pericolose (provocando addirittura vittime, come successo in passato nel Lower Canyon). Passata l’inondazione i Navajo ripuliscono i Canyon dai detriti depositati dalla piena, così da poter riaprire ai visitatori nel più breve tempo possibile (business is business anche per loro).

Una curiosità: immagini del Lower Antelope Canyon sono state utilizzate, in passato, da Microsoft per il desktop dei suoi computer e da National Geographic per le copertine di libri e riviste.

Come per il Grand Canyon, le immagini parlano più di qualsiasi parola…(v. galleria sotto).

HORSESHOE BEND – lasciato Antelope ci dirigiamo – a poche miglia di distanza – a Horseshoe Bend, una curva del Colorado a ferro di cavallo. Lasciamo la macchina al parcheggio e imbocchiamo il sentiero che ci porta al punto panoramico. La prima parte del sentiero, in salita, lascia illudere che in cima si sia arrivati al viewing point…sbagliato! Lì inizia una lunga discesa (che significa, al ritorno, una lunga risalita!). Il sole è cocente, la temperatura molto alta, facciamo tutti fatica, ma ovviamente proseguiamo. Adesso si capisce perchè al parcheggio, all’inizio del sentiero, c’era un piccolo mezzo fuoristrada, con paramedico e barella pronti per ogni evenienza!

Arrivati al punto di vista panoramico assistiamo ad un altro spettacolo della natura (anche qui diciamo ai ragazzi di chiudere gli occhi e li guidiamo fino alla balaustra di protezione sullo strapiombo). In fondo al canyon (di rocce imponenti) il Colorado, qui verde, fa una curva a ferro di cavallo (ma dai?!), spettacolo meraviglioso.

MEXICAN HAT – è tardi e decidiamo di rimandare a domani, con calma, la Monument Valley, che era prevista per oggi; quasi ad ora di cena arriviamo al nostro motel a Mexican Hat, prendiamo possesso delle stanze vista fiume (è il San Juan) e andiamo a cena in un posto particolare, a pochi passi di distanza, The Swinging Steak, swinging perchè la griglia è praticamente un’altalena che bascula sulle fiamme e sulle braci. Io attacco bottone e faccio due chiacchiere con Alan, che gestisce la griglia (una griglia che molti miei amici apprezzerebbero molto), un simpaticone vestito da cowboy. Emma, vittima del caldo, forse addirittura di una insolazione, dopo tanto dire che ha mal di testa, dà di stomaco; poverina ha la faccina sbattuta…

Ottimo piatto con bistecca, insalata, fagioli e pane all’aglio tostato sulla griglia, birra, proprio quello che ci voleva. Tutti a nanna, domani si va alla Monument Valley e ad Arches.

Featured

DAY 14 – THE GRAND CANYON

DUE MILIARDI DI ANNI DI STORIA– sono emersi alla luce grazie all’azione del fiume Colorado e dei suoi affluenti, che in milioni di anni hanno eroso le rocce, strato dopo strato. Il Grand Canyon (del quale si celebra quest’anno il centenario) è lungo circa 450km, profondo fino a 1900mt e largo dai 500mt ai 29km, qualcosa di grandioso, inimmaginabile fin quando non lo si vede con i propri occhi.

Dopo la colazione al campo, arriviamo abbastanza presto al Canyon, lasciamo la macchina in uno dei parcheggi e imbocchiamo il Rim Trail of Time, un sentiero sul ciglio del Canyon che ci porta a Hopi Point, El Tovar Lodge (dove Fede ed io abbiamo dormito, 13 anni fa), fino al Lookout Studio, uno dei punti di vista più suggestivi. Il sentiero è segnato, ogni pochi metri, da “bolli” metallici nel pavimento e da campioni delle rocce che compongono le varie stratificazioni del Canyon, con l’indicazione dell’età di ognuna; si tratta di milioni e milioni di anni, incredibile!

Mangiamo un boccone e subito dopo viviamo un brivido, un breve momento di suspence: il Lodge dove abbiamo mangiato viene improvvisamente, e molto rapidamente, fatto evacuare dai Rangers che hanno il sospetto che all’interno ci sia “qualcosa di strano” (pare abbiano sentito odori strani, tipo carburante, kerosene o altro). Passato questo momento (ovviamente non c’era nulla), prendiamo lo shuttle che ci riporta al parcheggio (è tutto molto ben organizzato, c’è uno shuttle gratuito che gira e fa varie fermate per tutto il Canyon). Qui viviamo i nostri 10 minuti da scemi: posizioniamo bene le macchine, una di fronte all’altra, e facciamo, finalmente (ne parlavamo da giorni), LA foto del viaggio (la trovate subito qui sotto), completamente autoprodotta, con la macchina fotografica accroccata per terra, sopra ad uno zaino, non volevamo l’aiuto di nessuno…ITALIAN PRIDE !

In macchina ci dirigiamo quindi verso est, in direzione Desert View (dove non prevediamo di arrivare, è un po’ lontano). Lungo la strada, sul ciglio, incontriamo un cervo e poi un alce. Ci fermiamo ancora per qualche foto (Yaki Point e Grand View Point); c’è poco altro da descrivere a parole, qui parlano le immagini…

Sono quasi le 18, abbiamo deciso che stasera facciamo BBQ, quindi prendiamo la strada del ritorno per fermarci al market a fare rifornimento (di cibo e alcool). Prima della spesa, però, intanto buttiamo giù una birretta, tanto per scaldarci.

Occupiamo una delle 3 aree BBQ, sotto la luce delle nostre lanterne led; il menù prevede: aperitivo (alcolicissimo!) con pane all’aglio, nachos e guacamole, a seguire hot dogs di angus, meravigliose bistecche (NY strip) e….vino, of course !

Dopo cena ci spostiamo in zona braciere per gli “s’mores”; lo s’more è un dolce tradizionale di Stati Uniti e Canada, consiste in un marshmallow riscaldato – qui sulla fiamma del braciere – messo poi fra due biscotti di farina integrale di grano insieme ad uno strato di cioccolato. Slurp !

Tutti in branda (qui è proprio il caso di dirlo), domani è una giornata lunga.

Lui e l’altro
Ci volevano proprio !
Featured

DAY 13 – LAS VEGAS TO GRAND CANYON

SI PARTE – lasciamo Las Vegas alla volta del Grand Canyon, senza prima però fermarci per la foto di rito sotto al mitico ed iconico cartello di welcome ai visitatori. Facciamo una fila di 10-15 minuti (si, c’è la fila per la foto!) sotto un sole cocente, ma teniamo duro. Di fronte c’è un mega store della Harley Davidson, l’insegna dice che c’è anche la caffetteria; dovendo fare ancora colazione andiamo. Il negozio è enorme, si vendono moto, accessori, gadget e quant’altro, ma si noleggiano anche le mitiche moto per chi, un po’ di America, la vuole conoscere cavalcando una due (o tre, vedi galleria in basso) ruote. Penso subito al mio amico Sergio, Harleysta convinto, che qui godrebbe come un bimbo a Disneyland. Uscendo da Vegas superiamo la famosa Hoover Dam e ci dirigiamo inizialmente a sud, per poi piegare verso est, alla volta del Grand Canyon.

ROUTE 66 – l’ora è quella e, quindi, decidiamo di uscire per il pranzo a Seligman (Arizona). Senza saperlo né volerlo, siamo nel luogo di nascita della Storica Route 66; ci fermiamo al “Road Kill Cafè & O.K. Saloon”, un ristorante sulla strada, molto divertente; il loro motto è “You Kill It, We grill It”, riferendosi ai polli (o altri animali) che, visto il nome di un piatto sul menù (v. sempre sotto), evidentemente fanno fatica ad attraversare la strada e arrivare vivi dalla parte opposta 🤣. Il ristorante è carino, particolare e caratteristico, forse anche un po’ turistico, ma molto divertente. All’interno anche un piccolo negozietto che vende memorabilia e oggetti della/sulla Route 66.

UNDER CANVAS – è qui che dormiremo per le prossime due notti, siamo a circa 20 miglia dall’ingresso del South Rim del Grand Canyon. Si tratta di un campeggio o, come lo definiscono loro, un “glamping” (glamorous camping); ce ne sono vari, anche in altre zone degli Statu Uniti. Il campo conta circa 70 tende, di varie misure, con e senza bagno interno, quelle senza usano i servizi comuni (noi lo abbiamo). Le tende sono attrezzate, con un enorme lettone e due brandine con sacco a pelo (siamo in zona desertica, l’escursione termica è tanta, qui di notte può fare freddino) per i ragazzi; ma senza corrente elettrica (loro forniscono due kit con un potente power bank, lanterna led ricaricabile e piccolo ventilatore) e con poca acqua. In doccia, p.es., l’acqua esce fino quando, con una mano, si tira una catenella – quindi di fatto ci si lava con una mano sola. Al centro del campo una tenda molto più grande, sotto la quale sono alloggiate la reception (un tavolino con un computer!), dei salottini, tavoli per mangiare, una zona giochi e la cucina; all’esterno tavoli per tutti e un grande braciere che viene acceso la sera ed intorno al quale ci si raccoglie per chiacchierare e abbrustolire marshmallows…un po’ più in là tre zone BBQ attrezzate a disposizione dei clienti.

TRAMONTO SUL GRAND CANYON – fatto il check in e lasciate le valigie in tenda andiamo ad ammirare il tramonto al Grand Canyon. Passiamo il “casello” di ingresso e ci fermiamo al Mather Point, uno dei principali punti di vista. Diciamo ai 4 ragazzi di chiudere gli occhi e li accompagnano, tenendoli per mano, fino al ciglio del Canyon (protetto da una balaustra). 3 – 2 – 1….aprite !!! Io riprendo la scena con il telefonino (qui il video – password “2019usroadtrip”): sorpresa, meraviglia, emozione, gioia, incredulità, sulle loro facce un mix fantastico che riempie il cuore di noi genitori. Ma anche noi, che qui eravamo già stati (qualcuno anche più di una volta), rimaniamo per l’ennesima volta a bocca aperta. Questo è senza dubbio uno degli spettacoli più emozionanti al mondo, la natura nella sua essenza e maestosità , siamo davvero senza parole, straordinario.

SPESETTA e CENA – ritornando ci fermiamo in un Market, abbiamo bisogno di un po’ di alcool (fin qui, quando abbiamo assaporato alcool, siamo andati fondamentalmente a birra, che non è propriamente alcool); d’altra parte dopo cena non dobbiamo guidare, siamo nelle tende, la luna è quasi piena, l’atmosfera è magica…. Io penso al drink di aperitivo (cranberry juice, vodka e lime), Federica e Claudio si occupano del vino; rosso per loro, mentre per me, che lo preferisco, scelgono un bianco…non commento il nome del vino da loro scelto 😏, lo vedete in galleria. Aperitivo, cenetta nella tenda comune, i ragazzi dopo cena si arrostiscono qualche marshmallows e poi tutti a nanna, domani giornata piena al Grand Canyon.

Featured

DAY 12 – LAS VEGAS

PAUSA E RIPOSO – oggi giornata di riposo a Las Vegas. Iniziamo un po’ più tardi del solito e decidiamo di stare un po’ in piscina, qui al Caesars. Ci sono varie piscine, tutte in ambiente antica Roma, con colonne, tempietti, statue e fontane. C’è addirittura una vasca dedicata a chi, non potendo fare a meno di giocare, vuole provare il brivido del gambling con le chiappe in acqua! Un concentrato di kitch che evidentemente agli americani piace (e più tardi vedremo anche di peggio…). I ragazzi sono felici di rilassarsi un po’ e di sguazzare nell’acqua.

PASSEGGIATA SULLA STRIP – nel pomeriggio decidiamo di fare un po’ di struscio per la Strip, per vedere altri esempi di megalomania americana (e di kitch). Alcuni alberghi a tema (come il Mirage, il Treasure Island, il Venetian…) e altri semplicemente enormi (Trump, Wynn, Encore….). Al Venetian un allegro gondoliere americano (!!!) intona O’ Sole Mio per una coppia di turisti che sta facendo il giro in gondola nel canale antistante l’hotel. No Comment. Per la gioia di Emma (che da tempo brama per andare a Parigi e salire sulla Tour Eiffel), saliamo al bar/ristorante di questa riproduzione in scala della torre per un aperitivo. Cena di nuovo al Caesars, ottima bistecca. Domani si parte.

Featured

SCUSATE IL RITARDO

SENZA INTERNET E SENZA CORRENTE – abbiamo fatto un paio di giorni di “glamping” (glamorous camping, lo chiamano così) al Grand Canyon, dove non avevamo né corrente né rete; questo si è combinato con altri due giorni di trasferimenti impegnativi (tante miglia, tanto da fare e vedere, fino a tarda sera), quindi non ho potuto aggiornare il blog. Finalmente adesso (sono le 23.55 del 16 agosto) siamo arrivati in un posto (che racconterò a breve) dove abbiamo sia corrente che un buon collegamento internet. Scusatemi, domani aggiorno tutto, e ci sarà tanto da leggere. Good night!

Featured

DAY 11 – SEQUOIA TO LAS VEGAS

TRAFSERIMENTO – la tappa più lunga della prima parte del nostro viaggio, circa 6 ore. La mappa indica abbastanza chiaramente l’andamento del viaggio: si inizia scendendo dalle montagne, fino alla pianura; qui viaggiamo in mezzo a sconfinate distese di campi coltivati (datteri, aglio, avocado, nettarine – le loro pesche con la buccia liscia e non pelosa, noi diremmo forse pesche noci – pistacchi, fragole…). Poi attraversiamo una breve zona di pozzi petroliferi (Oildale), e a seguire la città di Bakersfield. Subito dopo inizia il Deserto del Mojave, che arriva praticamente fino a Las Vegas. Alla nostra destra lasciamo il Mojave Air and Space Port (la prima struttura ad ottenere la licenza per il lancio di navette spaziali riutilizzabili orizzontali, nel 2004, dalla Federal Aviation Administration) e la Edward Air Force Base (della NASA, luogo di atterraggio degli Space Shuttle). Dopo miglia e miglia in the middle of nowhere (è deserto, d’altra parte), arriviamo a Barstow, dove ci fermiamo per pranzo. Si riparte, ancora deserto, tanto, secco, arido, caldo.

LAS VEGAS – dopo tutte queste ore di viaggio (che i 4 ragazzi hanno sopportato maluccio), in avvicinamento verso Vegas iniziano i “satelliti” della città dove tutto è possibile; alberghi isolati (ovviamente con Casinò per giocare), piccoli villaggi, oasi nel deserto. Infine si arriva a Las Vegas, la città dove tutto è possibile. Da lontano si vedono gli alti edifici degli alberghi più noti (Mandalay Bay, Wynn, Caesars Palace, MGM Grand, Mirage, New York-new York, Bellagio, Flamingo, Venetian, Treasure Island, Continental, ecc.); ognuno con il suo Casinò. Noi alloggiamo al Caesars Palace, piano alto, dalle finestre vediamo parte della Strip e il Bellagio Lake. Qui tutto è basato sul gioco: poker, slot machine, black jack, roulette, in ogni angolo, ad ogni passo…

Rapido pit stop in camera, cena frugale e ci incamminiamo, immersi nelle frenetiche luci della Strip, per andare ad assistere ad uno spettacolo meraviglioso.

“O” by CIRQUE DU SOLEIL – lo show (permanente, qui al Bellagio Hotel dal 1998 !) è sold out per mesi e mesi, per fortuna avevamo comprato i biglietti online da Roma, tempo fa. Il teatro, costruito apposta per questo show, è una macchina mostruosa: 1.800 posti a sedere (che significa 3.600 spettatori al giorno, dato che ci sono 2 performance al dì), 1,5 milioni di galloni di acqua (5.700 metri cubi, più di 5 milioni e 600 mila litri!), 85 acrobati, sommozzatori che gestiscono tutte le attività subacquee, musicisti che suonano dal vivo, controllo scientifico delle temperature, diverse e costanti nella zona pubblico e in quella stage. Uno spettacolo unico al mondo, sensazionale, che solo qui si può ammirare. Purtroppo non è consentito fotografare, ma qualcosa abbiamo rubato (sotto, nella galleria). Io lo vedo per la terza volta nella mia vita, ma la sorpresa e l’emozione sono quelle della prima volta.

LE FONTANE DEL BELLAGIO – tornando verso il nostro albergo assistiamo anche allo spettacolo di fontane, luci e musiche che si svolge quotidianamente (di giorno ogni 30 minuti, di sera ogni 15) nel Bellagio Lake, proprio di fronte all’omonimo albergo, al margine della Strip. Ninna, domani giornata di relax.

Featured

DAY 10 – SEQUOIA NAT’L PARK

VERSO LE SEQUOIE – imbocchiamo la strada che da Three Rivers ci porta al Parco, superiamo il “casello” di ingresso (dove una simpatica giovane ranger, con tanto di cappello d’ordinanza, ci dà il benvenuto e qualche informazione addizionale) e cominciamo a salire verso Moro Rock; si va dai circa 500m s.l.m. di Three Rivers fino a 1800-2000. La temperatura cala rapidamente, l’aria è tersa, c’è un bel freschetto, quasi freddo. Nelle 16 miglia che ci separano dalla sequoia più grande del mondo (dettagli più avanti) ci sono 130 curve (!), alleniamo i muscoli delle braccia. Qualche breve sosta intermedia per ammirare il panorama e qualche foto e si arriva alla…

GIANT FOREST – un cartello (qui le indicazioni sono sempre tante e precise) ci informa che stiamo entrando nella Giant Forest (siamo oltre quota 1800), la foresta con gli alberi più grandi, belli, antichi e maestosi del mondo. Si guida attraverso alberi infiniti (non solo sequoie, ovviamente) fittissimi e verdi, i colori (soprattutto dei tronchi delle sequoie, marrone chiaro, tabacco, con riflessi arancioni) sono bellissimi, nell’aria c’è profumo di legno, un mix fra caminetto e falegnameria. Puntiamo a lui, al Generale….

GENERAL SHERMAN – lasciamo la macchina e scendiamo a piedi per un sentiero pavimentato di circa 7-800 mt, con un dislivello di 600, per arrivare al mitico Generale Sherman, la sequoia gigante regina del Parco. 1.910 tonnellate di peso, il suo volume (stimato) è di 1.437 metri cubi, l’altezza 83 metri, alla base la circonferenza del tronco è di 31 metri e il diametro 11. La sua età è stimata fra i 2.300 e i 2.700 anni. Una cosa incredibile ! Ma non è l’unico albero a richiamare l’attenzione dei visitatori; tutto intorno altre sequoie giganti, alcune accoppiate, altre a gruppi, qualcuna con dei grandi “tagli” verticali nel tronco che lasciano vedere attraverso…un vero spettacolo, natura pura, nella sua essenza… Decidiamo di percorrere il Congress Trial, un loop di più di 3 km nella foresta; arriviamo ad un gruppo di sequoie “riunite”, come in un congresso, che riteniamo aver ovviamente ispirato il nome del sentiero. La camminata dura un’oretta e dà grande soddisfazione (a quasi tutti…)

LODGEPOLE e CRYSTAL CAVE – ci fermiamo per un boccone in uno dei pochi (ma molto attrezzati) posti all’interno del Parco. La strada per andare al Tunnel Log (è una sequoia sdraiata sulla strada, nella quale è stato scavato un tunnel percorribile in auto) e a Moro Rock è chiusa nei week end, quindi – nostro malgrado – rinunciamo. Riprendiamo la strada del ritorno e decidiamo di deviare verso Crystal Cave; dopo 20 minuti di strada tutte curve, arriviamo al casottino delle grotte dove, con molta cortesia e inaspettata trasparenza (soprattutto considerando che la visita sarebbe a pagamento), il ranger di turno ci dice che se nella vita abbiamo visitato altre grotte (e noi ne abbiamo viste) “…you don’t miss much if you don’t see this”. Ma come ?!?! 😳 Sono già le 5 e mezza e la visita durerebbe due ore, la saltiamo. Torniamo in albergo un po’ stanchi ma molto contenti, abbiamo assistito e “assaporato” uno spettacolo certamente unico al mondo. Domani trasferimento a Las Vegas, sarà lungo (quasi 6 ore), i ragazzi sono un po’ preoccupati.

Featured

DAY 9 – FROM SAN FRANCISCO TO SEQUOIA

BYE BYE SAN FRANCISCO – partiamo alla volta del Sequoia Nat’l Park, con due soste previste: (1) all’aeroporto di San Francisco per sostituire la macchina di Claudio, che dà segni di stanchezza; (2) visita all’Apple Park, il nuovo HQ della Apple a Cupertino, la “astronave”, come la chiamano in molti.

APPLE PARK – il main building (l’astronave, appunto) non è aperta al pubblico, per il quale c’è un apposito visitor center, dove oltre praticamente a tutti i prodotti Apple, sono in vendita items esclusivi, che si trovano solo qui (fondamentalmente t-shirt, cappellini e gadget vari). C’è un enorme plastico di tutta la property (che, per dimensioni, è impressionante! La property, non il plastico…) che si può visitare in realtà aumentata grazie a degli iPad, a disposizione dei visitatori, attrezzati per lo scopo. Devo dire tutto abbastanza emozionante…

DRIVING THROUGH THE WEST – proseguiamo il nostro viaggio, attraversando immense piantagioni di….boh, qualsiasi cosa! Pesche nettarine, avocado, fragole, vigneti, granturco, aglio…di tutto di più. Campi sterminati, con piante allineate con precisione quasi maniacale. Passiamo il San Luis Reservoir, Gilroy, Los Banos, Fresno, e iniziamo poi l’ascesa verso le montagne, superiamo Visalia verso Three Rivers, dove alloggeremo. Costeggiamo il Lake Kaweah e arriviamo, dopo parecchie ore, a destinazione. Mangiamo in un delizioso ristorantino, nel giardino, sotto gli alberi, vicino gli argini di uno dei tre fiumi. Domani ci aspetta il General Sherman.

Featured

DAY 8 – CHINATOWN

CHINATOWN – quasi sicuramente il più vecchio insediamento asiatico negli USA, questa è la comunità cinese più numerosa fuori dalla Cina. Si entra dal Dragon’s Gate e si cammina per blocchi e blocchi, lungo i marciapiedi negozi di cineserie varie; alcuni, con scritte ed insegne solo in cinese, vendono strane radici secche, pesci vari essiccati, medicinali cinesi, cose tutto sommato a noi sconosciute ed incomprensibili. Alcuni vendono accessori (farlocchi) per smartphone, altri statue di varia foggia e misura (improponibili). Mangiamo in un buon ristorante, consigliatoci da una negoziante; cibo buono, come spesso si fa, dai cinesi, condividiamo piatti vari.

NO ALCATRAZ NO PARTY – avevamo pensato di andare ad Alcatraz, dopo Chinatown, ma stamattina ci siamo informati e, con rabbia, abbiamo scoperto che tutti i tour al penitenziario sono sold out fino alla fine del mese (!!!); unica possibilità è prendere un “pacchetto” che unisca Alcatraz ad altro, p.es. ad un giro della baia in barca, che non solo dura troppo, ma costa una fortuna, bisognerebbe vendere un rene… Scocciati, perciò, rinunciamo, dicendoci che questo sarà un buon motivo per tornare…😉

RELAX E SHOPPING – dopo Chinatown ci concediamo, quindi, due passi fra Union Sq. e Market St.; visitiamo qualche negozio, ci lasciamo andare ad un briciolo di shopping. Poi in albergo, stasera si va a cena in un ristorante indiano/pakistano con Marco, un cugino di Federica, persona carina, cortese, simpatica, che ha tanto da raccontare (p.es. due esperienze di più di un anno ciascuna, al Polo Sud, in una stazione di ricerca USA – lui è uno scienziato).

Featured

DAY 7 – GOLDEN GATE & SAUSALITO

GOLDEN GATE – facciamo colazione in un posto molto carino, sotto al primo pilone del ponte, una libreria con caffetteria; ci sono tantissimi ciclisti, turisti per lo più; evidentemente siamo sulla rotta che li porta a percorrere il ponte pedalando. La nebbia nasconde quasi tutto il ponte (infatti, anziché le palle ricordo di vetro con la neve, qui le vendono con la nebbia!), ma i locali dicono che più tardi potrebbe diradarsi…speriamo. Imbocchiamo il ponte verso nord, vediamo solo la metà inferiore, quella superiore è nascosta dalla nebbia. Sosta di rito nei due punti panoramici sul lato Nord per foto varie. Emma si è sbagliata: anzichè fare un video, mentre percorrevamo il ponte in macchina, ha fatto una foto. Dramma. Torniamo indietro e lo rifacciamo; per fortuna l’intera operazione prende poco tempo.

SAUSALITO – scendiamo a Sausalito, piccolo centro sul mare, molto carino, pieno di case (alcune spaziali) vista mare sulla baia. Da qui si può ammirare lo skyline di San Francisco. La nebbia si dirada, esce il sole. Pensavamo di continuare verso Nord e fare praticamente il giro della baia (Richmond, Berkeley, Oakland) per rientrare dal Bay Bridge; ma Google ci dice che ci sono rallentamenti di più di un’ora (quindi in totale quasi 2, per fare il giro), rinunciamo e torniamo dal Golden Gate, ma stavolta col sole !

SEA LIONS – di nuovo due passi al Pier 39 per vedere la colonia di leoni marini che abitano qui; sono tanti, alcuni enormi, chiassosi, buffi… Al Pier incontriamo Nicola, un amico italiano, anche lui qui per qualche giorno (questa è una nota per chi dice che io, ovunque vada, incontro qualcuno che conosco… 😉). Saliamo poi alla Coit Tower (su Telegraph Hill), uno dei punti più alti della città; il vento è fortissimo.

GHIRARDELLI SQUARE – prima di cena ci concediamo un sanissimo wine-tasting a Ghirardelli Square. Cinque assaggi di vini prodotti nella Sonoma Valley (vicino alla Napa), zona di produzione fra le più prolifiche e conosciute, in America. Nel 1893 un italiano, Domenico Ghirardelli, acquistò l’isolato per farne la sede della Ghirardelli Chocolate Company, famosa ancora oggi nel mondo. Domani Chinatown e Alcatraz.

Che fatica, fino quassù in bicicletta !
Featured

DAY 6 – WANDERING AROUND SAN FRANCISCO

SAN FRANCISCO vs FRISCO – amici americani mi dicono che i locali non amano molto sentir chiamare la loro città Frisco; e allora….respect ! Sveglia a San Francisco con calma, ce la dobbiamo e ce la meritiamo. Passeggiatina di riscaldamento al Fisherman Wharf e poi, dopo una fila di attesa un po’ lunga, si prende la mitica Cable Car, da Hide St verso Market St e Union Sq. La Cable Car è sempre divertente, sempre emozionante; lungo il percorso si aprono squarci meravigliosi sulla baia, sui grattacieli, su Lombard St. Io, appeso fuori dal vagone, decido di fare riprese “spericolate” con la mia GoPro e a momenti mi stampo contro il trenino che viene in senso contrario, ci manca un pelo. Due passi intorno a Union Square, un pizzico (ma proprio pizzico) di shopping e si ritorna verso l’albergo sempre in Cable Car.

LOMBARD STREET – prendiamo le macchine e andiamo a percorrere la mitica strada, strettissima, a zig zag (solo così si può superare questa incredibile pendenza, come quando si scia), circondata da belle case e tanto verde…una delle icone della città, un must! A seguire andiamo a vedere la casa di Mrs Doubtfire, poi The Painted Ladies (case in stile Vittoriano, allineate su un lato di Alamo Sq.). Torniamo di nuovo verso il mare, dobbiamo fare il bucato ! Federica e Marina, con Emma e Sara, si dedicano al lavaggio “a gettone”, noi torniamo per una breve sosta in albergo. Per cena abbiamo ipotizzato un cinese a Chinatown, ma alla fine sono tutti chiusi, è tardi (sono le 21 e loro chiudono alle 17-18!!!). Ripieghiamo su un Super Duper Hamburger; come dice Sara “Brutto (il posto) ma buono (l’hamburger)”. E domani (che poi, per me che scrivo, sarebbe oggi, adesso, fra poco…) Golden Gate e Sausalito. Bye !

Featured

DAY 5 – WHALE WATCHING

LE BALENE – ci svegliamo presto e alle 8.30 salpiamo dal moletto di Morro Bay sulla Freedom, una barca abbastanza grande che ci porterà a largo, nell’Oceano, nel tentativo (speranza?) di vedere le balene. Il comandante Kevin (un tipo curioso, cotto dal sole) e i suoi ragazzi ci raccontano che nell’ultima settimana ne hanno viste 7-8 al giorno. Il tempo è brutto, coperto, c’è nebbia e fa un po’ freddo; ma pare che per vederle questa sia una condizione migliore del sole pieno (meno sole, meno vento, mare meno increspato). Usciamo dalla baia, lasciandoci alla dx The Rock, quasi una montagna, che vigila l’ingresso della baia stessa, e andiamo verso il largo. Vediamo leoni marini, fochette, pellicani, girovaghiamo un po’….qualcuno (nessuno di noi) comincia a sentirsi male (beh, il mare è mare). La faccio breve: in 3 ore di escursione ne abbiamo avvistate 12-14, molte vicinissime alla Freedom, un paio hanno fatto il tradizionale (e spettacolare) salto fuori dall’acqua un po’ in distanza. Difficile riuscire a fotografarle al volo, ma in qualche modo ce l’abbiamo fatta. Torniamo molto soddisfatti. Mangiamo un boccone, carichiamo le macchine e partiamo per San Francisco.

ON THE WAY TO SAN FRANCISCO – il viaggio dura un po’, non siamo proprio vicinissimi, quasi 4 ore; a tratti troviamo traffico. Attraversiamo enormi e rigogliose piantagioni di….boh, forse kale. E tanti vigneti; in California si produce tanto vino. Ci fermiamo a fare rifornimento in un posto incredibile, da film (sembra la stazione di servizio di Duel): la classica pompa di benzina in the middle of nowhere, con camion giganteschi posteggiati, un caffè di quelli con il bancone e gli sgabelli, fissata terra, allineati. Ma c’è una sopresa: hanno la Nespresso! E ne abbiamo tanto bisogno; guidare a 100 all’ora su strade dritte, senza diversivi, induce un po’ di sonnolenza. Passiamo Gilroy, località evidentemente famosa per le piantagioni di aglio; e infatti l’odore arriva fino all’interno della macchina, nonostante aria condizionata e ricircolo. Ma non è poi così fastidioso. In avvicinamento passiamo da San Jose, Cupertino (Apple!), Palo Alto, Stanford e, alla fine, arriviamo in città. San Francisco me la ricordo abbastanza bene: mossa, vivace, molto più “città” di LA, bella; non c’è storia, le città di mare hanno un fascino particolare. Arriviamo in albergo un po’ stanchi ma felici; due gamberetti da Bubba Gump (ve lo ricordate? Life is like a box of chocolates….) al Pier 39, e poi a ninna.

Featured

DAY 4 – LEAVING LA

GOOD BYE LA – Eh si, se vogliamo fare tutto quello che abbiamo programmato dobbiamo proprio andare, si parte. Per conoscere LA ci vorrebbe molto più tempo, due giorni sono un nulla; ma almeno una infarinatura, a chi non la conosceva affatto, l’abbiamo regalata. Percorriamo tutta Sunset, fino al mare, per prendere la mitica PCH (Pacific Coast Highway); ci fermiamo a Paradise Cove, un posto poco a nord di Malibu, con una bella spiaggetta servita da un “beach caffè”. Sulla PCH c’è traffico e arriviamo un po’ tardi, motivo per il quale non troviamo posto (inteso come ombrellone e lettini), decidiamo quindi di spalmarci sulla spiaggia libera, proprio lì a fianco. I ragazzi fanno il bagno; Sara dice – non sapendo che il futuro le dimostrerà che suo malgrado sta mentendo, e quante altre volte le capiterà di farlo… – “E’ la giornata più bella della mia vita!”. Da Paradise Cove muoviamo dopo un rapido e leggero (davvero) spuntino verso Morro Bay, la nostra prossima destinazione.

PISMO BEACH – è un posto straordinario, spiaggia immensa, dune di sabbia dorata, mare, anzi Oceano senza confini. Tutte le immagini viste prima di partire raccontano di un posto incredibile dove è possibile fare quasi di tutto: correre in macchina sulla sabbia, affittare quads o dune buggies, andare a cavallo nella battigia, campeggiare, fare falò….dove il sole la fa da padrone. Peccato che quando arriviamo noi sembri di essere in Pianura Padana, a Novembre: freddo porco (15 gradi!), nebbia/foschia e poca gente, forse anche perché sono le 18.30. Ciò nonostante un posto magico; se riuscissi a caricare le foto (ci sto lavorando) potrei condividere con chi legge l’emozione provata. Facciamo anche noi (pur non avendo un muscoloso SUV con 4 ruote motrici) un paio di chilometri sulla spiaggia….bello, bellissimo. Chissà, forse meglio vederla così che con il sole. Alle 19.40 arriviamo a Morro Bay, dove staremo una sola notte, per andare a vedere le balene…. Alla prossima!

Featured

DAY 3 – WANDERING AROUND LA

FARMERS MARKET – un altro classico. Facciamo colazione da Dupar’s, a base di pan cakes e french toast; Andrea, Diego, Emma e Sara (in rigoroso ordine alfa) se la godono alla grande. Federica, Marina, Claudio ed il sottoscritto (in ordine alfa, prima le signore), invece…..anche ! Il FM era il mercato dei contadini, dei coltivatori che dalle loro terre portavano i loro prodotti in città; oggi è un po’ turistico (ma vale sempre la pena fare un giro), pieno di posticini dove mangiare qualcosa, fruttivendoli, macellai, una pasticceria per cani, una vecchia pompa di benzina, ampia selezione di thè e tanto altro. Poi due passi a The Grove, lì accanto, e a seguire un giro nella zona del Chinese Theatre, Walk of Fame, Dolby Theatre (Oscar), Hollywood Sign…un must da non perdere, soprattutto per chi è a LA per la prima volta, anche per vedere i matti che girano vestiti da Spiderman (con la panza), Chubecca, Capt America e così via, per farsi foto con i turisti.

MULHOLLAND DRIVE – saliamo da Laurel Canyon (lo conosco bene, l’ho fatto per anni, per andare in ufficio, quando lavoravo alla Disney, che ha il suo quartier generale a Burbank, nella valle) per poi imboccare a sx MD, che corre sulla cresta delle colline di Hollywood, offrendo panorami bellissimi a sx verso LA e Santa Monica, e a dx verso la Valley. Da lì scendiamo per Cold Water Canyon (via dell’Acqua Fredda, ce l’abbiamo anche noi a Roma!), verso Sunset; stiamo dirigendoci verso la….

UCLA – che quest’anno festeggia il centenario, è il luogo dove è nato/a (boh, maschile o femminile?!) Internet. Un Campus meraviglioso; visitiamo lo store e poi il loro palazzetto (mica tanto etto, ha 13.800 posti a sedere!) dello sport, dove si svolgono incontri sportivi di qualsiasi genere. UCLA ha “prodotto” 11 premi Nobel e tanti, tantissimi campioni sportivi. Una cosa di questo genere – il Campus in generale, intendo – per noi è fantascienza, ahimè….i ragazzi rimangono a bocca aperta, pesando forse ai loro studi prossimi futuri.

BOA“il boa non è un serpente, ma una steakhosue elegante…” (cit. Rettore). Posto molto cool, bella gente, buona musica. Carne davvero eccezionale, ma il posto è caro (tutte le steakhouse di livello, qui, sono care), forse troppo. E poi a ninna, domani si lascia LA verso Morro Bay, sulla strada per San Francisco.

Featured

DAY 2 – VENICE & SANTA MONICA

IL NEMICO INVISIBILE – Tutto come previsto. JL (jetlag) ha vinto: mi sono svegliato alle 2.25 ! 😏 C’era da aspettarselo, è sempre successo, è una guerra senza storia…e nel 99% dei casi non riesco a rimettermi giù per dormire ancora un po’. E allora che fai? Leggi i giornali italiani online, racconti a chi ha voglia di seguirti cosa hai fatto (qui), oppure guardi un’altra puntata della Casa di Carta o ancora, accendi la TV e senti un po’ cosa succede intorno a te (questo, però, con 3 principesse che ancora sonnecchiano, stavolta non si può fare).

BREAKFAST IN AMERICA – per me è tradizione, la prima mattina, data la sveglia “da cacciatore”, andare in uno dei miei posti preferiti, Canter’s su Fairfax. Un vecchio diner ebraico (fanno un pastrami incredibile, certo non per colazione), aperto 24 hrs; fare colazione con le loro eggs benedict è un’esperienza imperdibile. Quando finalmente, chi prima chi dopo, siamo pronti, usciamo e andiamo! Ho fatto centro, tutti entusiasti, applausi !!!  Seduti in uno dei caratteristici booths, sussurro ai miei compagni di avventura che, venendo qui da tanti anni (anche se magari una sola volta l’anno), riconosco ormai la cameriera Anna, una signora simpatica, forse sui 70-75. Lei, che ci stava versando il caffè, mi sente e dice, in un buon italiano, “Anche io ti riconosco!”. Salgo sul podio, medaglia d’oro. 🥇

BIKING ALONG THE OCEAN – dopo una sosta alla AT&T per comprare una scheda dati da usare nel nostro hotpsot (che però funziona solo nel mio iPhone – vabbè, studieremo la cosa più tardi) andiamo a Venice per una biciclettata. 7 biciclette adulti e 1 bambini (per Emma la “scatenata”), praticamente tante quante al Giro d’Italia. 🚴🏻‍♂️ Ci disponiamo disciplinati (vabbè, si…più o meno) in fila indiana e ci dirigiamo a nord, verso Santa Monica, lungo la ciclabile che divide la grande spiaggia dorata dell’Oceano Pacifico dalle prime case, fronte mare. In tutto, “anda & rianda” (citazione), pedaliamo una decina di km. C’è un gran bel sole, fa caldo (è l’una!) ma non è asfissiante, è secco. Lasciate le biciclette passiamo a vedere i canali che danno il nome alla località e, proseguiamo per Santa Monica, per una passeggiata sulla 3rd St Promenade (un classico).

PIT STOP & DINNER – rapido break in albergo prima di cena; non ce ne siamo accorti prima, abbiamo le braccia “alla muratora”, rosse, infuocate, che prudono, a rischio eritema….in bici, con il caldo secco e la brezza marina non si sente così forte, però il sole qui picchia, ammazza se picchia ! Qualche tempo fa, alla ricerca di un buon hamburger (lo volevo in un posto tradizionale, di quelli veri, originali) trovai The Apple Pan, su Pico. 🍔 Un posto molto caratteristico, direi off the beaten tracks (come direbbero sulla Lonely Planet), che fa degli hamburgers straordinari; unica pecca (comprensibile per il limitato numero di posti – forse 20 in tutto? – e la rapidità con la quale si consuma il pasto), non si prenota. Dopo una breve attesa riusciamo a sederci e a dare la possibilità, alle nostre papille gustative, di fare la hòla. A seguire – è d’obbligo, il nome del posto la dice tutta! – si chiude con una fetta di super torta di mele. Dimenticavo, c’è un altro neo : niente alcolici (non hanno la licenza specifica), niente birra !!! 🤬

Featured

DAY 1 – ROMA ► L.A.

Viaggio tutto sommato ok, anche se lungo e scomodo (eravamo in economy). Del cibo preferisco non parlare, non tanto perchè “un po’ me ne intendo”, ma perchè faceva veramente schifo! Alle 19.30 italiane, utilizzando un trucchetto degno del miglior Totò, siamo riusciti a farci dare (nonostante l’economy) 4 bicchieri colmi di ghiaccio, per mixarci dentro le 4 mignon di Campari e il prosecco comprati al duty free di Fiumicino. Che vacanza sarebbe senza un iniziale “sentore” di Campari ?!?!

Atterriamo con un leggero ritardo, immigration fluida per noi (5-6 minuti), meno per gli altri (50-55!); si va finalmente a ritirare i nostri splendidi minivan gemelli. Emma e Sara entusiaste di avere due “poltroncine” tutte per loro (“Papà, appena torniamo a Roma ne compri uno uguale?“). Il nostro hotel, senza traffico, sarebbe a 20-25 minuti dall’aeroporto, ma scopriamo che la 405, intorno alle ore 17 di un bestiale pomeriggio di un giovedì 1° agosto, può riservare brutte sorprese: ci mettiamo un’ora e forse più. Rapido tagliando di rinfresco per tutti e via, sfidando il jet-lag a mani nude, “verso Los Angeles e oltre !”. L’obiettivo è di non andare a dormire almeno fino alle 20 locali, altrimenti il jet-lag avrà il sopravvento. Decidiamo quindi di fare un giretto in zona Hollywood Blvd (Chinese Theatre, Walk of Fame, ecc. – si, lo sappiamo, molto standard-turistico, ma ci serve una cosa “easy & quick”). Percorriamo tutto Sunset, in un piacevolissimo fresco pomeriggio angelino (22-23 gradi, secchi, senza umidità), poi a sx su Fairfax, ancora a dx su Hollywood, mancano pochi blocchi e ci siamo…le classiche palme (secche secche e alte alte) allineate ai lati della strada sfiorano il cielo blu, pochi blocchi sì….ecco, si vede il tetto del Chinese Theatre…2-3 bocchi ancora….ci siamo…..ma….polizia, transenne, cartello “SPECIAL EVENT AHEAD, ROAD CLOSED”….🤬💩 non ci fanno passare, rinunciamo…andiamo a mangiare un boccone.

HIDE SUSHI è sempre una garanzia, ci vengo da anni e non mi ha mai deluso; è un piccolo ristorante di sushi, per lo più sconosciuto ai turisti, su Sawtelle (a Japantown). Sushi di prima qualità, pezzi di pesce grandi come a Roma ce li sognamo. Unico vero neo la “cash only rule” (a noi già nota). Ma io dico, siamo nel 2019, celebriamo i 50 anni dallo sbarco sulla Luna, si sta lavorando allo sbarco su Marte, qui si vedono più Tesla che buche a Roma (!)….ma lo vuoi mettere un c***o di pos per le carte di credito ?!?! Forse sanno che in Italia stiamo tornando indietro nel tempo e si sono voluti uniformare ?!?! Sta di fatto che il proprietario ha avuto un’idea geniale per risolvere il problema: dentro al minuscolo ristorante (10-12 tavoli in tutto oltre il sushi-bar), c’è un piccolo bancomat !!! Seduto vicino a me un ragazzo (americano, ma evidentemente alla sua prima volta) chiede il conto, presenta la carta di credito….la cortese cameriera jap gli indica il bancomat, vicino alla porta di ingresso. Geni !!! Rapida cena, i ragazzi sono lì lì per crollare, d’altra parte siamo in piedi da quasi 24 ore, avendo dormito poco o niente in aereo, ma ce la fanno. Si torna in albergo, sono quasi le 21 giornata piena, stancante, ma segna l’inizio dell’avventura. Per domani l’idea è di andare a pedalare a Santa Monica, sulla spiaggia. A domani !

Featured

SI PARTE!

E’ mezzanotte, mancano poche ore alla partenza…domani mattina – all’alba, quella vera! – un entusiasta (e immagino molto assonnato) gruppo di 4 adulti e 4 bambini lascerà le proprie abitazioni a Roma, e poi il suolo Italiano, per volare in USA, per la precisione a Los Angeles, da dove inizierà questo 2019 US ROAD TRIP, un viaggio sulla carta magnifico, di quelli da ricordare e raccontare per la vita.

Racconteremo, con cadenza che speriamo giornaliera (per quanto ci sarà possibile e compatibilmente con impegni e stanchezza), le nostre avventure a zonzo per gli States. Cercheremo anche di documentare con foto e/o video…ma non possiamo, al momento, garantirlo !